Quo Vadis, Homo?

Don Tonino Bello e la via cristiana della pace, della giustizia e della cura

Saluto con gratitudine tutti voi che avete voluto prendere parte a questo incontro. Saluto con affetto fraterno S.E. Mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, con il quale condivido questa lectio a due voci; saluto il moderatore Massimo Bianco, le autorità presenti, i rappresentanti delle associazioni promotrici — LIDU, AFORP, Associazione Medici Cattolici Italiani, Centro Italiano Femminile — e tutti coloro che hanno reso possibile questo momento di riflessione pubblica. Saluto l’autore Sabino Zinni, il cui volume Don Tonino Bello. Uomo del Sud e dei Sud ci offre l’occasione per tornare non semplicemente su una figura amata, ma su una coscienza evangelica ancora viva, inquieta, necessaria.

Un saluto particolare va alla città di Bitonto, con la sua storia, la sua fede, la sua capacità di custodire memoria e insieme di interrogare il futuro. E permettetemi di dire che non è secondario il luogo in cui ci troviamo: l’Auditorium della Fondazione dei Santi Medici. Qui il tema della salute non rimane un capitolo astratto. Diventa carne, volto, devozione popolare, domanda di guarigione, prossimità ai malati, fiducia consegnata da generazioni a due santi che la pietà cristiana ha sempre riconosciuto come segno di una cura non mercificata, non indifferente, non distante. Parlare qui di pace, giustizia e salute significa ricordare che la fede cristiana non separa mai l’anima dal corpo, la preghiera dalla ferita, il culto dalla responsabilità verso chi soffre.

Il titolo che ci convoca — QUO VADIS, HOMO?” — non è una semplice formula suggestiva. È una domanda antica e insieme bruciante. Non chiede soltanto dove stiamo andando come singoli, come credenti, come cittadini. Chiede quale direzione stia prendendo l’umano. Chiede se l’uomo contemporaneo sia ancora capace di riconoscere la propria vocazione alla fraternità, oppure se si stia consegnando a un destino di frammentazione, di paura, di dominio, di indifferenza. Chiede se la tecnica, l’economia, la politica, la comunicazione, la medicina, la stessa religione siano ancora al servizio della persona, oppure se, a volte, rischino di diventare apparati che funzionano senza più domandarsi per chi e per che cosa funzionino.

Per questo il riferimento a Don Tonino Bello non è commemorativo. Non siamo qui per adagiare la sua figura nella nicchia delle memorie edificanti. Sarebbe troppo poco. Sarebbe, forse, anche ingiusto verso di lui. Don Tonino non sopporta la retorica dei piedistalli. Egli va incontrato sulle strade, là dove il Vangelo smette di essere rivestimento devozionale e torna a essere carne della storia.

Va ascoltato nei luoghi in cui la pace è ferita, la giustizia è umiliata, la salute diventa privilegio, la dignità viene contrattata, il povero resta fuori dalla porta, la donna viene ancora mortificata, il giovane non trova futuro, l’anziano teme di essere scartato, il migrante viene percepito come minaccia prima ancora che come volto.

Don Tonino non è soltanto una memoria del nostro Mezzogiorno ecclesiale. È una domanda rivolta al nostro presente. È come se la sua voce, ancora oggi, ci costringesse a chiederci: che cosa abbiamo fatto del Vangelo? Lo abbiamo custodito come forza di liberazione o lo abbiamo reso innocuo? Lo abbiamo lasciato scendere nelle pieghe della storia o lo abbiamo confinato nel linguaggio religioso? Lo abbiamo consegnato ai poveri come buona notizia o lo abbiamo trattenuto dentro le nostre sicurezze?

Don Tonino è stato un vescovo profondamente ecclesiale e radicalmente libero. Non libero perché isolato, non libero perché eccentrico, non libero perché insofferente alla comunione, ma libero perché interamente consegnato al Vangelo. La libertà evangelica nasce sempre da un’appartenenza più grande: appartenenza a Cristo, alla Chiesa, ai poveri, alla storia concreta degli uomini e delle donne del proprio tempo. In lui non c’era separazione tra spiritualità e responsabilità pubblica, tra liturgia e strada, tra altare e periferia, tra contemplazione e giustizia. Tutto era attraversato da una medesima domanda: come rendere credibile oggi il Vangelo di Gesù Cristo?

Ecco perché, davanti al titolo di questo incontro, io sento di poter dire: se vogliamo domandarci dove va l’uomo, dobbiamo prima chiederci dove stia andando il nostro cuore. Perché la direzione della storia non nasce solo dai grandi sistemi economici e politici, ma anche dall’orientamento interiore delle coscienze. Una società che smarrisce la compassione smarrisce anche l’intelligenza. Una comunità che considera normale l’espulsione dei fragili perde il senso stesso della civiltà. Una Chiesa che dimentica il grembiule rischia di parlare di Dio senza lasciare intravedere il volto di Cristo.

  1. Don Tonino Bello: una profezia incarnata, non una nostalgia

C’è un rischio che accompagna sempre le grandi figure spirituali: trasformarle in icone innocue. Le si celebra, le si cita, le si espone, ma non le si lascia più parlare. Si attenua la loro inquietudine, si sterilizza la loro forza critica, si addomestica la loro profezia. Con Don Tonino Bello questo rischio è particolarmente forte, perché il suo linguaggio era dolce ma non debole, poetico ma non evasivo, tenerissimo ma non accomodante.

Egli sapeva accostarsi al dolore con tenerezza e, nello stesso tempo, denunciare le strutture di peccato da cui quel dolore traeva origine.

La sua parola non nasceva dall’ideologia. Nasceva dall’Eucaristia. Nasceva da una fede vissuta come consegna, come esposizione, come servizio. E proprio per questo diventava parola pubblica, parola politica nel senso più alto del termine: non partitica, non schierata secondo le categorie riduttive della convenienza, ma capace di interrogare la polis, la convivenza, le istituzioni, le scelte collettive, i modelli di sviluppo, le priorità di bilancio, le logiche della guerra, le forme della povertà, la distanza scandalosa tra chi può curarsi e chi resta indietro.

Nei suoi testi — da Maria, donna dei giorni nostri a Il fuoco della festa, da Senza misura a Chiamati ad evangelizzare, da Con Cristo sulle strade del mondo a Stola e grembiule, da Con viscere di misericordia a Vai, procedi — troviamo un filo rosso molto chiaro: il cristianesimo non è una dottrina disincarnata, ma una forma concreta di esistenza. È un modo di stare al mondo. È una maniera di abitare la storia con il passo di Cristo: non sopra gli uomini, non contro gli uomini, ma con gli uomini, soprattutto con coloro che portano sulla pelle le conseguenze più dure dell’ingiustizia.

Questa è la prima grande lezione di Don Tonino: il Vangelo non si limita a consolare la storia; la giudica, la attraversa, la risana, la inquieta, la apre. Il Vangelo non è un sedativo dell’anima, ma una forza di liberazione. Non autorizza la fuga dal mondo, ma chiede di entrarvi con viscere di misericordia, con mani disponibili, con pensiero lucido, con libertà interiore, con passione per il bene comune.

Quando Don Tonino parla di pace, non parla di quiete. Quando parla di giustizia, non parla di beneficenza episodica. Quando parla di salute, pur non trattandola sempre come categoria sanitaria in senso tecnico, ci consegna una visione integrale della persona: nessuno è sano se è solo, nessuno è davvero curato se è escluso, nessuna società può dirsi guarita se accetta che alcuni vivano come eccedenze, come vite marginali, come presenze tollerate.

La sua profezia è incarnata perché non nasce da un pensiero astratto sull’uomo, ma dal contatto con i volti. Don Tonino pensa a partire dai poveri, dagli ultimi, dagli scartati, dai disarmati, dai feriti della vita. E pensare a partire dai poveri non significa restringere lo sguardo. Significa, al contrario, collocarsi nel punto in cui la verità della società appare con maggiore nitidezza. I poveri sono il luogo in cui la retorica cade. Davanti ai poveri non bastano parole generose. Servono scelte, conversioni, istituzioni giuste, comunità responsabili.

Qui si colloca anche la sua grande attualità per noi. Il nostro tempo non ha bisogno di un cristianesimo di superficie, rassicurante, funzionale. Ha bisogno di una fede che sappia stare dentro la complessità senza perdere il fuoco dell’essenziale. Ha bisogno di una Chiesa che non fugga dal mondo, ma nemmeno si lasci assorbire dal mondo. Ha bisogno di cristiani capaci di abitare la storia con il Vangelo in mano e il grembiule ai fianchi.

  1. “Quo vadis, homo?”: l’umano davanti alla tentazione dello scarto

La domanda “dove vai, uomo?” oggi assume una drammaticità particolare. Viviamo un tempo di possibilità straordinarie e di paure profonde. Abbiamo tecnologie capaci di connettere continenti in un istante, ma spesso fatichiamo a guardare negli occhi chi ci vive accanto. Disponiamo di strumenti diagnostici e terapeutici impensabili fino a pochi decenni fa, ma non sempre riusciamo a garantire a tutti l’accesso equo alle cure. Parliamo continuamente di diritti, ma tolleriamo nuove solitudini. Celebriamo la libertà individuale, ma crescono dipendenze, ansie, depressioni, smarrimenti, fragilità relazionali. Invochiamo sicurezza, ma rischiamo di costruire società blindate, sospettose, incapaci di fiducia.

L’uomo contemporaneo è potente e vulnerabile. Può manipolare la vita, ma non sa sempre custodirla. Può produrre ricchezza, ma non sa distribuirla con giustizia. Può comunicare senza sosta, ma non sempre sa ascoltare. Può allungare la durata dell’esistenza, ma fatica a dare qualità umana ai giorni. Può parlare di pace nei consessi internazionali e, nello stesso tempo, investire somme enormi in armamenti. Può dichiarare solennemente la dignità della persona e poi lasciare che il mercato, la burocrazia o l’indifferenza stabiliscano chi merita attenzione e chi può aspettare.

Don Tonino avrebbe guardato tutto questo non con disprezzo, ma con una misericordia esigente. La misericordia cristiana non è indulgenza superficiale. È la capacità di vedere il male senza rinunciare alla speranza, di denunciare l’ingiustizia senza odiare l’uomo, di indicare una strada senza umiliare chi è caduto. Per questo egli parlava con un linguaggio capace di tenere insieme tenerezza e radicalità. Il suo non era un cristianesimo arrabbiato, ma neppure un cristianesimo accomodante. Era un cristianesimo pasquale: capace di attraversare la croce senza rimuoverla, ma anche di annunciare che la croce non è l’ultima parola.

La tentazione più grave del nostro tempo è forse quella dello scarto. Non riguarda soltanto i poveri in senso economico. Riguarda tutti coloro che non corrispondono al modello dominante di efficienza, prestazione, successo, produttività. Si scarta chi è fragile, chi è anziano, chi è malato, chi è disabile, chi è migrante, chi non tiene il passo, chi non produce abbastanza, chi non consuma abbastanza, chi non appare abbastanza. Si scartano anche i territori: le periferie urbane, le aree interne, i paesi svuotati, i Sud del mondo e i Sud dentro le nostre città.

È qui che l’interrogativo antropologico diventa anche interrogativo sociale. Che idea di uomo custodiamo quando organizziamo i servizi? Che idea di persona abita le nostre politiche sanitarie? Che idea di comunità ispira le nostre scelte economiche? Che idea di giustizia orienta il nostro modo di amministrare il territorio? Non esistono neutralità assolute. Ogni modello sociale porta con sé un’antropologia, anche quando non la dichiara. E quando l’uomo viene ridotto a consumatore, paziente, utente, pratica, numero, costo, prestazione, allora qualcosa di essenziale viene oscurato.

Don Tonino, uomo del Sud e dei Sud, ha saputo leggere questa geografia morale prima ancora che economica. Il Sud, per lui, non era soltanto un luogo geografico. Era una categoria evangelica e storica. Era il punto da cui guardare il mondo senza arroganza, senza neutralità fittizia, senza complicità con i poteri che producono disuguaglianza. Essere uomini e donne del Sud significa sapere che la dignità non coincide con la ricchezza, che la speranza non nasce dall’egemonia, che i margini possono diventare luoghi di rivelazione.

In questo senso il libro che oggi viene presentato, Don Tonino Bello. Uomo del Sud e dei Sud di Sabino Zinni, richiama un tratto decisivo: Don Tonino non è stato semplicemente un testimone locale, ma una coscienza meridiana capace di parlare al mondo. Egli ha abitato il Sud non come recinto identitario, ma come feritoia universale. Dal Sud ha imparato a riconoscere le piaghe della storia; dai Sud ha imparato che la pace, la giustizia e la cura non sono concessioni dall’alto, ma diritti da riconoscere e responsabilità da assumere.

  1. Pace: non equilibrio della paura, ma conversione dello sguardo

Parlare di Don Tonino significa inevitabilmente parlare di pace. Lo faccio con discrezione, sapendo che questa sera la presenza di Mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, ci offre una competenza, una testimonianza e una responsabilità specifica su questo versante. Mi permetto dunque di collocare il tema della pace dentro la domanda più ampia che mi sta a cuore: quale volto dell’umano  vogliamo formare, custodire, servire?

La pace, per Don Tonino, non era un sentimento generico, non era una parola rituale da pronunciare nei momenti solenni, non era un auspicio buono per tutte le stagioni. La pace era una scelta evangelica, una disciplina interiore, una prassi pubblica, una lotta spirituale e politica.

Don Tonino sapeva bene che la pace costa. Costa perché chiede di disarmare non solo gli arsenali, ma anche i linguaggi, le economie, le memorie avvelenate, le relazioni quotidiane. Costa perché obbliga a uscire dalla logica amico-nemico. Costa perché domanda di riconoscere le ragioni dell’altro senza rinunciare alla verità. Costa perché rompe il meccanismo perverso secondo cui la sicurezza di alcuni può essere costruita sull’insicurezza di altri.

Oggi, davanti alle guerre che attraversano il pianeta, davanti alle vittime civili, ai bambini uccisi, alle città sventrate, ai popoli costretti alla fuga, alle diplomazie spesso impotenti, alle parole incendiarie che invadono anche lo spazio pubblico, la profezia di Don Tonino torna a chiederci: quale pace vogliamo? Una pace armata, fondata sull’equilibrio della paura, o una pace giusta, costruita sulla dignità dei popoli, sul diritto internazionale, sulla cooperazione, sul disarmo progressivo, sulla riconciliazione possibile?

La pace non è mai neutralità davanti all’ingiustizia. La pace non è tacere per quieto vivere. La pace cristiana è mite, ma non muta. È disarmata, ma non disimpegnata. È misericordiosa, ma non complice. Essa chiede di stare accanto alle vittime senza alimentare l’odio, di cercare vie di mediazione senza confondere aggressore e aggredito, di lavorare per il dialogo senza legittimare la violenza, di custodire la speranza quando il realismo cinico vorrebbe convincerci che la guerra sia una fatalità.

In Con Cristo sulle strade del mondo possiamo riconoscere proprio questa postura: Cristo non resta fuori dalla storia, non guarda il dolore da lontano, non si limita a indicare una meta ultraterrena. Cammina sulle strade del mondo. E se Cristo cammina sulle strade del mondo, anche la Chiesa non può restare chiusa nei propri recinti. Deve camminare là dove la pace è minacciata, là dove il dialogo sembra impossibile, là dove la paura costruisce muri, là dove i poveri pagano sempre il prezzo più alto dei conflitti decisi da altri.

Anche nelle nostre città, anche nei nostri territori, la pace è una responsabilità quotidiana. C’è una pace internazionale e c’è una pace sociale. C’è la pace tra gli Stati e c’è la pace nei quartieri. C’è la pace tra i popoli e c’è la pace nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nelle scuole, nelle comunità ecclesiali. Quando cresce la rabbia sociale, quando il rancore diventa linguaggio ordinario, quando il povero viene contrapposto a un altro povero, quando la fragilità viene trasformata in colpa, quando la politica alimenta paura invece di costruire fiducia, lì la pace è già ferita.

Don Tonino ci direbbe che la pace comincia dal modo in cui guardiamo l’altro. Non esiste pace senza conversione dello sguardo. Se l’altro è solo un concorrente, un invasore, un peso, un costo, una minaccia, allora la guerra è già entrata nel cuore. Se invece l’altro torna a essere fratello, sorella, volto, storia, domanda, ferita, promessa, allora la pace diventa possibile.

  1. Giustizia: la carità non sostituisce i diritti, li rende visibili

Il secondo asse del nostro incontro è la giustizia. Anche qui Don Tonino è straordinariamente attuale. Egli non ha mai contrapposto carità e giustizia. Al contrario, ha mostrato che la carità evangelica, quando è autentica, non si limita a soccorrere gli effetti dell’ingiustizia, ma ne interroga le cause. La carità non può diventare l’alibi di una società ingiusta. Non possiamo distribuire briciole e lasciare intatti i meccanismi che producono esclusione.

La giustizia sociale non è un accessorio della fede cristiana. È una sua esigenza interna. Il Dio biblico ascolta il grido del povero, difende l’orfano e la vedova, chiede di non opprimere lo straniero, misura la verità del culto sulla giustizia praticata. Gesù stesso annuncia il Regno a partire dai poveri, dagli affamati, dai prigionieri, dai ciechi, dagli oppressi. La fede che non diventa giustizia rischia di ridursi a devozione senza conversione.

In Senza misura riconosciamo un tratto essenziale del Vangelo: l’amore cristiano non è calcolo, non è amministrazione del minimo indispensabile, non è generosità controllata. È eccedenza. Ma attenzione: questa eccedenza non significa disordine emotivo. Significa che la dignità della persona non può essere misurata con il metro dell’utilità. Ogni uomo vale più del suo reddito, più della sua efficienza, più della sua posizione sociale, più dei suoi errori, più della sua malattia, più del giudizio che gli altri formulano su di lui.

Da questa visione nasce una conseguenza pubblica: una comunità giusta non si misura solo dalla crescita economica, ma dal modo in cui tratta chi resta indietro. Non basta domandarsi quanto produciamo. Dobbiamo chiederci chi includiamo, chi proteggiamo, chi accompagniamo, chi lasciamo solo. La qualità morale di una società si vede nelle sue soglie: nei pronto soccorso, nelle carceri, nelle case popolari, nelle scuole di periferia, nei centri di salute mentale, nelle mense, nei servizi sociali, nelle sale d’attesa degli ospedali, nei corridoi dove le persone fragili attendono risposte.

Don Tonino avrebbe rifiutato una carità ridotta a gesto decorativo. Avrebbe chiesto una carità capace di generare giustizia. Avrebbe chiesto alla politica di non abdicare, alle istituzioni di non diventare fredde, alle comunità cristiane di non rifugiarsi nella sola assistenza. L’assistenza è necessaria, soprattutto quando il bisogno è urgente. Ma non basta. Occorre prevenire, accompagnare, promuovere, restituire capacità, costruire reti, riconoscere diritti, creare condizioni perché le persone non restino prigioniere della dipendenza.

Qui si comprende la forza di Stola e grembiule. La stola richiama il ministero, il segno sacramentale, la responsabilità pastorale. Il grembiule richiama il servizio, la lavanda dei piedi, la concretezza delle mani che si chinano. Don Tonino non contrappone questi due segni. Li tiene insieme. Una Chiesa solo della stola rischia il clericalismo. Una Chiesa solo del grembiule, se dimentica la sorgente sacramentale, rischia di ridursi a organizzazione sociale. Ma una Chiesa che indossa la stola e il grembiule diventa segno credibile di Cristo: celebra ciò che serve e serve ciò che celebra.

Questo vale anche per la vita pubblica. Abbiamo bisogno di una politica con la stola e il grembiule, se posso usare l’immagine in modo analogico: una politica capace di custodire la dignità delle istituzioni e, nello stesso tempo, di sporcarsi le mani nei problemi reali; una politica che non viva di annunci, ma di prossimità; non di slogan, ma di ascolto; non di paura, ma di responsabilità; non di potere autoreferenziale, ma di servizio al bene comune.

La giustizia, allora, non è soltanto distribuzione di risorse. È riconoscimento. È dare nome e volto a chi è stato reso invisibile. È impedire che la povertà diventi destino ereditario. È spezzare la solitudine degli anziani. È garantire ai bambini e alle nuove generazioni opportunità educative reali. È non abbandonare le famiglie quando la cura diventa un peso insostenibile. È non lasciare che il diritto alla salute dipenda dal codice postale, dal reddito, dalla capacità di orientarsi nei labirinti amministrativi.

La giustizia, dunque, non si esaurisce nella proclamazione dei diritti. Ha bisogno di istituzioni capaci di renderli praticabili. Un diritto proclamato ma irraggiungibile diventa una promessa ferita. Un servizio previsto ma inaccessibile diventa una forma silenziosa di esclusione.

Don Tonino ci obbliga a misurare la verità delle nostre parole là dove esse incontrano le forme concrete della vulnerabilità sociale: la povertà che marginalizza, la malattia che isola, la giovinezza privata di futuro, le famiglie sovraccaricate dalla cura, i territori lasciati ai bordi dello sviluppo.

  1. Salute: il diritto alla cura come misura della fraternità

Il terzo tema del nostro incontro è la salute. Ed è un tema decisivo, perché tocca la carne dell’uomo. Qui, a Bitonto, nella cornice della Fondazione dei Santi Medici, questa parola risuona con una profondità particolare. La salute non è soltanto assenza di malattia. È possibilità di vivere con dignità. È relazione, casa, lavoro, ambiente, nutrimento, istruzione, prevenzione, accesso alle cure, accompagnamento nella fragilità. È, in senso pieno, una questione antropologica e sociale.

La malattia non colpisce mai un corpo astratto. Colpisce una persona con la sua storia, le sue relazioni, le sue paure, il suo contesto. Una stessa diagnosi non produce le stesse conseguenze in chi ha una famiglia presente e in chi è solo; in chi dispone di risorse economiche e in chi deve scegliere tra curarsi e pagare l’affitto; in chi vive vicino a servizi efficienti e in chi abita territori impoveriti; in chi ha strumenti culturali per comprendere il percorso terapeutico e in chi si perde tra moduli, appuntamenti, liste d’attesa, rinvii.

Per questo il diritto alla salute è uno dei luoghi in cui la giustizia diventa concreta. Non è un principio astratto. Si misura nelle liste d’attesa, nella medicina territoriale, nella presa in carico dei cronici, nella salute mentale, nella prevenzione oncologica, nella pediatria, nella geriatria, nell’assistenza domiciliare, nell’integrazione sociosanitaria, nella capacità di non lasciare sole le famiglie. Si misura anche nello sguardo con cui un medico, un infermiere, un operatore sanitario, un volontario si avvicina a una persona sofferente.

Qui Don Tonino ci aiuta moltissimo, soprattutto attraverso quella categoria così evangelica e così umana che è la misericordia. Con viscere di misericordia non è soltanto un titolo. È un programma spirituale e sociale. Le viscere indicano una compassione profonda, non superficiale; una compassione che coinvolge il corpo, che muove all’azione, che non resta spettatrice. La misericordia non guarda dall’alto. Si avvicina. Non giudica prima di ascoltare. Non riduce la persona al suo bisogno. Non trasforma il malato in pratica, il povero in caso, l’anziano in costo, il disabile in problema, il migrante in emergenza.

Una sanità senza misericordia diventa procedura. Una medicina senza relazione rischia di curare l’organo e dimenticare la persona. Una politica sanitaria senza giustizia rischia di produrre eccellenze per pochi e attese interminabili per molti. Una società che non investe nella salute dei più fragili non risparmia davvero: accumula sofferenza, disuguaglianza, rancore, solitudine.

Don Tonino ci direbbe che la cura è una forma di pace. Curare significa interrompere l’abbandono. Significa dire a una persona: la tua vita conta, il tuo dolore non è invisibile, la tua fragilità non ti espelle dalla comunità. Curare significa anche costruire istituzioni capaci di prossimità. Non basta avere ospedali di eccellenza se poi i territori restano scoperti. Non basta celebrare il diritto alla salute se poi il cittadino fragile deve diventare esperto di burocrazia per ottenere ciò che gli spetta. Non basta parlare di umanizzazione se gli operatori stessi vengono lasciati in condizioni di sovraccarico, stanchezza, precarietà, burnout.

La salute, dunque, non riguarda soltanto i medici o gli ospedali. Riguarda l’intero patto sociale. Riguarda la politica, le famiglie, la scuola, il lavoro, l’ambiente, la casa, la qualità delle relazioni. Riguarda anche la Chiesa, chiamata a essere presenza di consolazione, ma anche voce che ricorda alle istituzioni il carattere non negoziabile della dignità umana.

Quando penso a Don Tonino e al tema della salute, penso alla sua capacità di unire delicatezza e denuncia. Egli avrebbe accarezzato il volto del malato, ma avrebbe anche chiesto conto delle disuguaglianze che rendono più dura la malattia dei poveri. Avrebbe ringraziato gli operatori sanitari per la loro dedizione, ma avrebbe anche denunciato un sistema che talvolta li consuma. Avrebbe sostenuto le famiglie, ma avrebbe anche ricordato che la famiglia non può essere lasciata sola a portare pesi che appartengono alla responsabilità collettiva.

Qui si apre una responsabilità particolarmente urgente per il nostro Mezzogiorno e per la nostra Puglia: non accettare che il diritto alla salute si trasformi in una tutela a intensità variabile. Non accettare che chi ha meno debba aspettare di più. Non accettare che la fragilità sociale si trasformi automaticamente in fragilità sanitaria. Non accettare che la solitudine sia una diagnosi invisibile, capace di aggravare ogni altra malattia.

In questa prospettiva, il diritto alla salute diventa una domanda spirituale: quale sguardo siamo capaci di posare sulla fragilità quando essa ci viene incontro nella carne viva di un corpo ferito? Vi scorgiamo un costo da contenere o un fratello da custodire? Un numero da registrare o un volto da incontrare? Una criticità da amministrare o una vita che chiede alleanza? La misura più vera di una civiltà comincia da qui: dalla qualità del suo inchinarsi davanti a chi soffre, senza umiliarlo, senza ridurlo, senza lasciarlo solo.

  1. Maria, donna dei giorni nostri: la fede dentro la storia

Tra i testi di Don Tonino, Maria, donna dei giorni nostri occupa un posto particolare. Don Tonino ha sottratto Maria a ogni immagine distante, immobile, quasi irraggiungibile. Ce l’ha restituita come donna concreta, donna del cammino, donna dell’ascolto, donna del rischio, donna capace di custodire e di partire, di meditare e di agire.

Maria è donna dei giorni nostri perché non appartiene a un passato devoto. È presente dentro le domande delle donne e degli uomini di oggi. È accanto alle madri che tremano per i figli, alle donne che portano il peso della cura, alle ragazze che cercano futuro, alle famiglie che attraversano prove, ai poveri che attendono giustizia, alle comunità che non vogliono rassegnarsi alla violenza. Maria non è evasione dalla storia. È la creatura che accoglie Dio nella storia.

In lei Don Tonino vedeva la possibilità di una fede non impaurita. Maria dice sì senza possedere tutte le garanzie. Si fida, ma non in modo ingenuo. Cammina, domanda, custodisce, soffre, resta. Ai piedi della croce non fugge. Nel cenacolo non si isola. La sua maternità diventa ecclesiale, comunitaria, universale.

Per noi, oggi, Maria è maestra di una Chiesa che non deve avere paura del tempo presente. Una Chiesa che non si limita a rimpiangere epoche passate. Una Chiesa che non cede alla nostalgia sterile. Una Chiesa che sa stare dentro questo tempo, attraversato da lacerazioni e possibilità, portando Cristo non come bandiera identitaria, ma come sorgente di vita nuova.

Maria, donna dei giorni nostri ci aiuta anche a riconoscere la dignità femminile come questione decisiva per la giustizia. Non possiamo parlare di pace, salute e giustizia senza parlare delle donne: delle donne che curano, spesso senza riconoscimento; delle donne vittime di violenza; delle donne che reggono famiglie fragili; delle donne che nei sistemi sanitari, educativi e sociali portano responsabilità enormi; delle donne del Sud del mondo, sulle quali ricadono guerre, migrazioni, povertà, sfruttamento.

Una comunità che mortifica le donne mortifica se stessa. Una Chiesa che ascolta le donne ascolta meglio il Vangelo. Una società che riconosce il lavoro di cura non compie un favore: restituisce giustizia a una dimensione fondamentale della vita comune.

 

  1. Il fuoco della festa: ritrovare la gioia come forza pubblica

Un altro testo significativo è Il fuoco della festa. La festa, in Don Tonino, non è evasione dalla fatica della vita. Non è consumo, non è spettacolo, non è distrazione. È una dimensione pasquale dell’esistenza. È la capacità di riconoscere che la vita, anche ferita, resta abitata da una promessa.

Abbiamo bisogno di recuperare il senso cristiano e umano della festa. Una società senza festa diventa una società funzionale, produttiva, efficiente, ma triste. Una società dove tutto è prestazione finisce per non conoscere più la gratuità. E senza gratuità non c’è fraternità. La festa ricorda all’uomo che egli non è soltanto ciò che produce. Ricorda che la vita va celebrata, condivisa, benedetta. Ricorda che il povero non deve essere soltanto assistito, ma invitato alla tavola. Ricorda che la giustizia non è completa se non diventa anche possibilità di gioia.

Il fuoco della festa è importante anche per la pace. I popoli che non sanno più fare festa insieme diventano più vulnerabili alla paura. Le comunità che non condividono momenti di riconoscimento si disgregano. Le città che perdono i luoghi dell’incontro diventano più dure. La festa, quando è autentica, ricuce. Riporta i corpi nello stesso spazio. Restituisce volti. Genera appartenenza non contro qualcuno, ma con qualcuno.

La Chiesa dovrebbe essere custode di questa festa profonda: non una festa rumorosa e superficiale, ma la gioia del Vangelo. Una gioia che non rimuove il dolore, ma lo attraversa. Una gioia che non dimentica i poveri, ma li mette al centro. Una gioia che non coincide con l’ottimismo, ma con la speranza. L’ottimismo può essere smentito dai fatti; la speranza cristiana nasce dalla Pasqua e per questo sa resistere anche quando i fatti sembrano contraddirla.

Don Tonino ci ricorda che l’evangelizzazione non può essere triste. In Chiamati ad evangelizzare, la missione non appare come conquista, ma come testimonianza.

Evangelizzare non significa occupare spazi, ma rendere visibile il Regno che viene; non significa imporre una forma religiosa, ma testimoniare la grazia che libera; non significa innalzare confini identitari, ma annunciare che in Cristo l’umano ritrova la sua verità, la sua fraternità e il suo compimento.

  1. Evangelizzare oggi: non conquistare, ma servire la speranza

Oggi la parola “evangelizzazione” va maneggiata con profondità. In un contesto plurale, segnato da secolarizzazione, disincanto, pluralità culturale e religiosa, non possiamo pensare l’evangelizzazione come ritorno a forme di cristianità sociologica. Il tempo in cui la fede era garantita dall’ambiente è finito. Ma questo non è necessariamente una disgrazia. Può essere anche una purificazione.

Siamo chiamati a evangelizzare non con nostalgia, ma con autenticità. Non con aggressività, ma con credibilità. Non con strategie di potere, ma con vite trasformate dal Vangelo. Don Tonino lo aveva compreso benissimo. La Chiesa parla davvero quando serve, quando consola, quando denuncia l’ingiustizia, quando apre le porte, quando non teme di stare con gli ultimi, quando accoglie le domande, quando non riduce la fede a codice morale, ma la mostra come incontro liberante con Cristo.

Evangelizzare, nel nostro tempo, significa anche restituire senso all’umano. Significa dire a un giovane: tu non sei il tuo fallimento. Significa dire a un malato: tu non sei la tua diagnosi. Significa dire a un povero: tu non sei il tuo bisogno. Significa dire a un migrante: tu non sei la paura che altri proiettano su di te. Significa dire a una donna ferita: tu non sei la violenza che hai subito. Significa dire a una società stanca: non sei condannata al cinismo.

La Chiesa evangelizza quando custodisce la dignità. Evangelizza quando difende la pace. Evangelizza quando si fa prossima alla sofferenza. Evangelizza quando educa alla giustizia. Evangelizza quando aiuta la politica a non perdere l’anima. Evangelizza quando non sostituisce le istituzioni, ma le richiama alla loro responsabilità. Evangelizza quando costruisce alleanze con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

In questo senso, il titolo Vai, procedi assume una forza particolare. La fede non è immobilità. Non è ripiegamento. Non è paura. È cammino. “Vai” significa non restare chiuso. “Procedi” significa non arrenderti al primo ostacolo. È come se Don Tonino ci dicesse: non basta commuoversi, bisogna muoversi. Non basta ricordare, bisogna continuare. Non basta ammirare i profeti, bisogna lasciarsi scomodare dalla profezia.

 

  1. Stola e grembiule: una Chiesa credibile perché serva

Vorrei tornare ancora sull’immagine più nota e forse più esigente: Stola e grembiule. Essa contiene una vera ecclesiologia. Dice che la Chiesa è se stessa quando celebra e serve, quando adora e si china, quando annuncia e lava i piedi, quando custodisce il mistero e tocca le ferite.

Il grembiule non è un’aggiunta facoltativa alla stola. È il suo compimento storico. La liturgia autentica genera servizio. L’Eucaristia non finisce con il congedo; comincia nel mondo. “Andate” non significa semplicemente uscire dall’edificio sacro. Significa diventare nel quotidiano ciò che si è celebrato sull’altare.

Significa spezzare, sull’altare fragile del mondo, il pane della propria vita: il tempo che si fa dono, le competenze che diventano cura, le risorse che si aprono alla condivisione, la responsabilità che prende la forma mite e concreta dell’amore.

Una Chiesa del grembiule non è una Chiesa meno spirituale. È una Chiesa più evangelica. Il servizio non abbassa il mistero; lo rende visibile. Il Figlio di Dio si è chinato sui piedi dei discepoli. Dunque, ogni volta che la Chiesa si china senza umiliare, serve senza dominare, accompagna senza possedere, essa rende presente lo stile di Gesù.

Questo è decisivo anche per noi pastori. La stola ci ricorda che non siamo funzionari del sacro. Il grembiule ci ricorda che non siamo proprietari del popolo. Siamo servi. Servi della gioia, della speranza, della comunione, della pace. Servi inutili, secondo il Vangelo, ma non superflui; inutili perché non padroni, necessari perché chiamati a testimoniare.

Nel tempo del clericalismo, il grembiule è una medicina. Nel tempo dell’autoreferenzialità, il grembiule è una conversione. Nel tempo in cui anche la Chiesa può essere tentata di misurarsi con criteri mondani di visibilità e consenso, il grembiule ci riporta all’essenziale: la credibilità non nasce dal prestigio, ma dall’amore; non dalla forza, ma dalla fedeltà; non dall’immagine, ma dalla prossimità.

Ma questa immagine interpella anche i laici, le associazioni, i professionisti, gli operatori sanitari, gli amministratori. Ognuno ha una stola, cioè una responsabilità, un ruolo, una competenza, un mandato. E ognuno è chiamato a indossare il grembiule, cioè a vivere quel ruolo come servizio. Il medico con il grembiule è colui che non vede solo il caso clinico, ma la persona. L’amministratore con il grembiule è colui che non cerca consenso immediato, ma giustizia duratura. Il volontario con il grembiule è colui che non si limita a dare qualcosa, ma entra in relazione. Il credente con il grembiule è colui che non usa Dio per sentirsi migliore, ma lascia che Dio lo renda più vicino agli altri.

  1. I Sud come luoghi teologici e politici

Parlare di Don Tonino a Bitonto, in Puglia, significa anche parlare del Sud. Ma dobbiamo farlo evitando due errori opposti: il lamento sterile e la celebrazione retorica. Il Sud non è né una condanna né un mito. l Sud non è né una condanna né un mito. È una realtà complessa, abitata da contraddizioni e risorse, da povertà e intelligenze, da marginalità e creatività, da abbandoni istituzionali e straordinarie energie comunitarie.

Don Tonino ha amato il Sud senza idealizzarlo. Lo ha abitato come terra di contraddizioni e di promesse. Ha saputo riconoscere che il Sud porta spesso sul corpo le conseguenze di modelli di sviluppo diseguali, di dipendenze economiche, di clientele, di ritardi infrastrutturali, di emigrazioni forzate, di giovani costretti a partire. Ma ha anche saputo vedere nel Sud una riserva di umanità, una capacità di relazione, una sapienza della prossimità, una memoria della fatica, un senso della festa, una resistenza della speranza.

Oggi dobbiamo parlare dei Sud al plurale: il Sud geografico, il Sud sociale, il Sud sanitario, il Sud educativo, il Sud digitale, il Sud delle periferie, il Sud degli anziani soli, il Sud dei bambini senza opportunità, il Sud dei malati che aspettano, il Sud dei lavoratori poveri, il Sud dei migranti, il Sud delle donne invisibili, il Sud delle aree interne.

Questi Sud non chiedono pietismo. Chiedono giustizia. Chiedono politiche serie, investimenti, infrastrutture sociali, scuole aperte, sanità territoriale, lavoro dignitoso, legalità, partecipazione, comunità vive. Chiedono una Chiesa che non sia spettatrice. Chiedono associazioni capaci di fare rete. Chiedono cittadini non rassegnati.

Don Tonino ci insegna che il Sud può diventare un luogo teologico: non perché la sofferenza sia buona in sé, ma perché lì dove l’uomo è ferito Dio ci chiama con maggiore urgenza. Il povero non è un tema pastorale tra gli altri. È una via di accesso al cuore del Vangelo. I Sud, allora, diventano anche luoghi politici: spazi da cui ripensare il modello di sviluppo, la distribuzione delle risorse, la qualità dei servizi, il senso della democrazia.

Una democrazia che lascia interi territori nella marginalità si indebolisce. Una sanità che funziona a velocità diverse tradisce il principio di uguaglianza. Una scuola che non compensa le disuguaglianze di partenza finisce per riprodurle. Una politica che parla dei Sud solo in campagna elettorale non serve il Paese.

Don Tonino ci chiederebbe di smettere di considerare i margini come problemi periferici. I margini sono il centro morale della questione sociale.

 

 

  1. Misericordia e responsabilità: oltre l’indifferenza organizzata

Uno dei tratti più forti della spiritualità di Don Tonino è la misericordia. Ma dobbiamo liberare questa parola da ogni riduzione sentimentale. La misericordia non è una vaga bontà d’animo. È una forma di conoscenza. Chi ha misericordia vede meglio. Vede ciò che l’indifferenza nasconde. Vede la persona dietro il problema. Vede le cause dietro l’emergenza. Vede la dignità dietro la ferita.

L’indifferenza, invece, è spesso organizzata. Non è solo mancanza di sensibilità individuale. È anche struttura. È nei linguaggi burocratici che rendono invisibili le persone. È nelle politiche che frammentano i bisogni. È nei sistemi che costringono i fragili a bussare a troppe porte. È nei servizi che non comunicano tra loro. È nelle comunità che delegano sempre ad altri. È nelle coscienze che si difendono dicendo: non è compito mio.

Don Tonino rompe questa indifferenza con una parola semplice e terribile: responsabilità. La responsabilità comincia quando smetto di chiedermi soltanto che cosa mi spetta e comincio a domandarmi di chi posso farmi prossimo. Non tutti possiamo fare tutto, ma nessuno può chiamarsi fuori da tutto. La pace, la giustizia, la salute non sono compiti esclusivi degli specialisti. Sono dimensioni della cittadinanza.

Le associazioni promotrici di questo incontro ci ricordano proprio questo: i diritti umani, la cura sanitaria, la presenza femminile, l’impegno dei medici cattolici, la solidarietà ospedaliera non sono mondi separati. Sono frammenti di una stessa responsabilità. Dove i diritti vengono calpestati, anche la salute si ammala. Dove la sanità diventa diseguale, la giustizia si indebolisce. Dove la pace è violata, i corpi portano le ferite della violenza. Dove le donne sono escluse o ferite, la comunità intera perde futuro.

Abbiamo bisogno di una nuova alleanza tra istituzioni, Chiesa, associazioni, professioni, volontariato, scuola, famiglie. Non una alleanza generica, ma operativa. Una alleanza capace di ascoltare i territori, leggere i dati, intercettare le fragilità prima che diventino emergenze, sostenere chi cura, accompagnare chi soffre, educare alla pace, costruire giustizia sociale.

In questa alleanza, la Chiesa non pretende di sostituirsi a nessuno. Non è il suo compito. Ma essa può e deve ricordare che ogni organizzazione sociale è giudicata dal modo in cui tratta i più fragili. Può e deve tenere desta la domanda sul senso. Può e deve dire che nessun bilancio, nessun algoritmo, nessuna procedura, nessuna convenienza può cancellare il valore infinito di una persona.

  1. “Vai, procedi”: il coraggio di non fermarsi alla celebrazione

Vorrei avviarmi verso la conclusione riprendendo idealmente il titolo Vai, procedi. È un invito che sento rivolto a ciascuno di noi. Vai, procedi: non restare fermo nella nostalgia. Vai, procedi: non trasformare Don Tonino in una memoria senza conseguenze. Vai, procedi: non aspettare condizioni perfette per cominciare a servire. Vai, procedi: non lasciare che la paura decida al posto del Vangelo.

Che cosa significa, concretamente, procedere oggi sulle orme di Don Tonino?

Significa anzitutto educare alla pace. Nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni, nei luoghi della politica, nelle famiglie. Educare alla pace significa insegnare il valore della parola, dell’ascolto, della mediazione, della nonviolenza, del rispetto del diritto, della dignità dei popoli. Significa aiutare i giovani a non confondere la forza con la prepotenza e la mitezza con la debolezza.

Significa poi costruire giustizia. Non solo parlare dei poveri, ma stare con loro. Non solo assistere, ma promuovere. Non solo denunciare, ma proporre. Non solo indignarsi, ma organizzare speranza. La speranza, se è cristiana, non è mai passività. È energia storica. È capacità di aprire strade dove altri vedono solo vicoli ciechi.

Significa, ancora, difendere il diritto alla salute. In un tempo in cui tante persone sperimentano fatica nell’accesso alle cure, liste d’attesa, solitudini, diseguaglianze territoriali, dobbiamo affermare con forza che la salute non può diventare privilegio. La cura non può essere misurata soltanto con criteri economici. La persona malata non è un costo da comprimere, ma una vita da custodire. E chi cura deve essere a sua volta curato, sostenuto, rispettato.

Significa, infine, convertire lo stile ecclesiale. Una Chiesa che parla di pace deve essere pacificata nei suoi linguaggi. Una Chiesa che parla di giustizia deve vivere sobriamente. Una Chiesa che parla di misericordia deve saper accogliere. Una Chiesa che parla di salute deve farsi prossima ai malati e ai loro familiari. Una Chiesa che ricorda Don Tonino deve avere il coraggio del grembiule.

 

Conclusione. Dove vai, uomo?

Carissime e carissimi,

“Quo vadis, homo?” Dove vai, uomo? Dove stai andando, creatura amata e ferita, capace di bellezza e di violenza, di cura e di abbandono, di fraternità e di dominio?

Don Tonino Bello ci aiuta a rispondere non con una teoria, ma con una direzione. L’uomo va verso la propria verità quando va verso il fratello. Va verso la pace quando disarma il cuore e le strutture di morte. Va verso la giustizia quando non accetta che la dignità sia un privilegio. Va verso la salute quando comprende che curare significa custodire l’intera persona. Va verso Dio quando smette di usare Dio come rifugio identitario e comincia a riconoscerlo nel volto dei poveri.

Il nostro tempo ha bisogno di cristiani così: non aggressivi, ma ardenti; non nostalgici, ma fedeli; non tiepidi, ma misericordiosi; non chiusi, ma radicati; non mondani, ma profondamente umani. Ha bisogno di una Chiesa che sappia ancora dire parole di pace mentre il mondo si arma; parole di giustizia mentre cresce lo scarto; parole di cura mentre tanti restano soli; parole di speranza mentre il cinismo sembra più intelligente della fiducia.

Don Tonino non ci consegna una memoria da custodire in una teca. Ci consegna una strada. E su quella strada ci chiede di camminare con Cristo, senza misura, con il fuoco della festa nel cuore, con viscere di misericordia, con Maria donna dei giorni nostri accanto, con la stola e il grembiule, con la libertà dei figli di Dio e la responsabilità dei cittadini.

Allora, questa sera, da Bitonto, possiamo raccogliere il suo invito e farlo diventare impegno: non ci rassegneremo a un mondo dove la guerra appare inevitabile; non ci abitueremo a una giustizia selettiva; non accetteremo una salute diseguale; non lasceremo soli i poveri; non ridurremo il Vangelo a parola innocua.

Vai, procedi.
Procedi, Chiesa del grembiule.
Procedi, comunità della pace.
Procedi, città che non vuole smarrire l’umano.
Procedi, uomo, ma non da solo: cammina verso il fratello, e lì ritroverai anche Dio.

Grazie.

   Francesco Savino

  Vescovo di Cassano all’Jonio

                        Vicepresidente Conferenza Episcopale Italiana

 

 

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