Carissimi, ringrazio di cuore per l’invito.
Siamo nell’anno in cui la Chiesa ricorda gli ottocento anni dalla morte del Poverello. La sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, Francesco moriva adagiato sulla nuda terra. Ottocento anni dopo, siamo ancora qui a parlare di lui. Questo ci dice già qualcosa: i potenti del suo tempo li ricordano quasi soltanto gli storici, mentre il figlio di Pietro di Bernardone è ancora vivo nel cuore di tutti.
- Una lode fatta da un altro
C’è un dettaglio del canto che, da solo, basterebbe a una meditazione. Dante non fa lodare Francesco da un francescano. A cantarne la grandezza è san Tommaso d’Aquino, un domenicano. Nel canto seguente sarà un francescano, san Bonaventura, a lodare san Domenico.
Mi pare una lezione pastorale preziosa. Nella Chiesa la santità dell’altro non è una minaccia ma un dono. Saper riconoscere e raccontare con gioia il bene che Dio compie in un altro, in un’altra comunità, in un altro carisma o in un’altra parrocchia, è già un frutto dello Spirito. Dante lo dice con un’immagine: Dio «due principi ordinò in suo favore», due guide per la sua Sposa. Non stanno in concorrenza, camminano insieme.
- «O insensata cura de’ mortali»
Il canto si apre con un grido: «O insensata cura de’ mortali». Dall’alto del Paradiso Dante guarda gli uomini affannati: chi dietro alle leggi e ai tribunali, chi dietro al potere, chi dietro al piacere o alla ricchezza. Tutti corrono, e nessuno sa bene verso dove.
Non è difficile riconoscerci. Anche noi viviamo di corse, di agende piene, di preoccupazioni che si accavallano. Proprio dentro questa agitazione Dante presenta Francesco. È come se ci dicesse: volete sapere che cosa significa vivere in modo sensato? Guardate lui.
- Un sole che nasce
Dante descrive Assisi con precisione affettuosa: il Tupino, il Chiascio, il monte Subasio. Poi scrive: «nacque al mondo un sole». E aggiunge che chi parla di quel luogo «non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Oriente».
Assisi è l’oriente, il punto da cui sorge la luce. Ma la luce di Francesco non è sua. Il sole illumina tutto e non trattiene nulla per sé. Francesco è luminoso perché si è lasciato attraversare dalla luce di Cristo. È una parola anche per noi: non siamo chiamati a brillare di luce propria, ma a lasciare che qualcosa di Dio passi attraverso la nostra vita, in famiglia, al lavoro, in parrocchia.
- Le nozze con Madonna Povertà
Il cuore del canto è un’immagine nuziale, audace e bellissima. Francesco, «giovinetto», entra «in guerra» con il padre per una donna che nessuno vuole, una donna a cui, dice Dante, nessuno apre volentieri la porta, come alla morte. Quella donna è la Povertà.
Davanti al vescovo di Assisi, «et coram patre», Francesco la sposa. Ricordiamo la scena: si spoglia delle vesti, le restituisce al padre, e il vescovo lo copre con il suo mantello. Dante commenta: «poscia di dì in dì l’amò più forte».
Fermiamoci su questo verso. Francesco non ha scelto la povertà come un’ideologia, un programma sociale o una forma di rigore. L’ha amata, e l’ha amata ogni giorno di più. Per lui la povertà non era mancanza ma libertà: non possedere nulla per poter essere posseduto solo da Dio, e avere le mani libere per abbracciare tutti.
Dante aggiunge un particolare che commuove. Questa Sposa era rimasta vedova del suo «primo marito», Cristo, per più di mille anni. Ed era stata così fedele che, «dove Maria rimase giuso, / ella con Cristo pianse in su la croce». Maria resta ai piedi della croce, mentre la Povertà sale sulla croce con Cristo, spogliato di tutto.
Ecco il segreto di Francesco. La sua povertà non è una rinuncia fredda: è il desiderio di stare là dove sta Cristo, cioè nella spoliazione, nell’umiltà e nella croce. Per questo Francesco abbraccia il lebbroso. Per questo i poveri non sono per lui una categoria, ma fratelli in cui riconoscere il volto del Signore.
Che cosa dice a noi, oggi? Forse non ci è chiesto di spogliarci di tutto sulla piazza. Ma ci sono chieste domande concrete. Che cosa possiedo, e che cosa invece mi possiede? Quanto spazio lascio ai poveri nella mia vita, e non solo nelle mie offerte? Riesco ad accettare anche la mia povertà, i miei limiti, le mie fragilità, gli anni che passano, senza viverla come una sconfitta?
- La gioia che attira
Uno dei passaggi più luminosi del canto dice che la concordia tra Francesco e la sua Sposa, i loro «lieti sembianti», «amore e maraviglia e dolce sguardo», facevano nascere negli altri «pensier santi».
Il primo a lasciarsi conquistare è Bernardo di Quintavalle: «si scalzò prima, e dietro a tanta pace / corse e, correndo, li parve esser tardo». Poi Egidio, poi Silvestro: «Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro a lo sposo, sì la sposa piace».
Francesco non ha fatto campagne di reclutamento. Ha vissuto con gioia, e la gioia ha attirato. Più volte ci è stato ricordato che la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione. Il canto XI lo mostra in poesia. Le persone non vengono convinte dai nostri ragionamenti, ma dalla pace che vedono sul nostro volto.
E quello «scalzarsi», ripetuto tre volte, fa pensare a Mosè davanti al roveto ardente: «Togliti i sandali, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo». Chi segue Francesco si toglie i calzari perché capisce di essere davanti a qualcosa di santo.
Domandiamoci allora: le nostre comunità trasmettono questa gioia? Chi entra nelle nostre chiese, nei nostri gruppi, nelle nostre case, trova quei «lieti sembianti» che fanno nascere il desiderio di Dio?
- Davanti al Sultano
Dante ricorda anche un episodio che oggi ci parla con forza particolare. Francesco, «per la sete del martiro», va «ne la presenza del Soldan superba» e predica Cristo.
Era il 1219, a Damietta, in piena crociata. Mentre gli eserciti si affrontavano, Francesco attraversò le linee disarmato per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil. Non convertì il sultano, ma fu ascoltato e rispettato, e tornò indietro sano e salvo.
In un tempo come il nostro, segnato da guerre e da paure verso chi è diverso, Francesco ci insegna un coraggio disarmato. L’annuncio di Cristo e l’incontro con l’altro non si escludono: vanno insieme. Si può essere pienamente fedeli al Vangelo e, proprio per questo, costruttori di pace.
- L’ultimo sigillo
Poi Dante ci porta alla Verna: «nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo, / che le sue membra due anni portarono».
Le stimmate sono il compimento di tutta la sua vita. Chi aveva sposato la Povertà che era salita sulla croce con Cristo, alla fine porta nella propria carne i segni di quella croce. Il sigillo, nella lingua di Dante, è ciò che autentica un documento. Il Signore mette il suo sigillo su Francesco, come a dire: questa vita è mia, è una copia fedele del Vangelo.
Anche noi portiamo delle ferite: malattie, lutti, delusioni, fatiche. Francesco ci ricorda che le ferite unite a quelle di Cristo non sono solo dolore. Possono diventare luogo di somiglianza con Lui, e perfino di luce per gli altri.
- Una morte povera
Il racconto si chiude con la morte. Francesco affida la sua Sposa ai frati «come a giuste rede», come a legittimi eredi, e chiede loro di amarla fedelmente. Poi l’anima «preclara» lascia il corpo per tornare al suo Regno, «e al suo corpo non volle altra bara».
Non volle altra bara che il grembo della Povertà. Morì nudo sulla nuda terra, come era nato alla vita nuova davanti al vescovo di Assisi. La sua vita si apre e si chiude con lo stesso gesto: spogliarsi di tutto per essere rivestito di Dio.
Conclusione
Carissimi, Dante, che tanto ha sofferto per le divisioni della Chiesa e del suo tempo, vede in Francesco un segno di speranza, un sole che sorge anche nella notte più scura.
Ottocento anni dopo, quel sole non è tramontato. Continua a dirci che è possibile vivere liberi dall’«insensata cura», amare la povertà come una sposa e non temerla come una nemica, contagiare gli altri con la gioia, andare incontro a chi è lontano senz’armi e portare le proprie ferite con amore.
Mi piace concludere con le parole con cui Francesco, sul finire della vita, benediceva frate Leone:
«Il Signore ti benedica e ti custodisca, mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te. Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.»
Grazie.
