Falerna (CS) 20 maggio 2026
Il racconto evangelico del paralitico calato dal tetto, che ispira questo Convegno nazionale di pastorale della salute, non è soltanto una pagina di guarigione. È una pagina di comunità. Prima ancora del miracolo, infatti, c’è un gesto collettivo: alcuni uomini si accorgono di una sofferenza, la prendono sul serio, si organizzano, superano un ostacolo, aprono un varco. Non si limitano a commuoversi davanti alla fragilità; ne assumono il peso. Non delegano. Non attendono che la porta si liberi. Scoperchiano il tetto.
In quella scena c’è già una teologia della cura e, insieme, una sociologia della responsabilità. Il malato non arriva da solo a Gesù. La sua domanda di salvezza passa attraverso mani amiche, intelligenze pratiche, corpi che portano, una creatività che non si arrende alla barriera. La fede di cui parla il Vangelo non è una fede intimistica, ripiegata sull’interiorità. È una fede visibile, operosa, comunitaria. Gesù, vedendo la loro fede, si rivolge al paralitico. Vede la fede di una comunità che ha deciso di non lasciare il sofferente ai margini.
È da qui che vorrei partire: la salute non è mai un affare puramente individuale. Certo, riguarda il corpo concreto di ciascuno, la sua biografia, la sua storia clinica, la sua libertà, la sua coscienza. Ma la salute è anche un fatto sociale. Si ammala una persona, ma intorno a quella persona si rivelano la qualità dei legami, la tenuta delle famiglie, l’efficacia dei servizi, la giustizia delle istituzioni, la maturità spirituale di una comunità. Dove la malattia diventa solitudine, lì non fallisce solo un percorso sanitario: si lacera il tessuto stesso della convivenza.
Oggi questo è particolarmente evidente. L’Italia è un Paese sempre più longevo e, al tempo stesso, più esposto alla fragilità. I dati demografici più recenti ci dicono che gli anziani rappresentano ormai quasi un quarto della popolazione e che l’età mediana del Paese continua a salire. Viviamo più a lungo, ma non sempre viviamo meglio: la speranza di vita in buona salute resta molto più bassa della speranza di vita complessiva, e nel Mezzogiorno questa distanza assume forme ancora più marcate. La Calabria, ad esempio, continua a mostrare indicatori di salute percepita e di anni vissuti in buona salute inferiori alla media nazionale. Questi numeri non vanno agitati come allarme retorico; vanno ascoltati come domanda morale e politica.
Essi ci dicono che la cura non può essere ridotta alla prestazione. La prestazione è necessaria, va garantita, va resa accessibile, va qualificata. Ma non basta. Una società può anche moltiplicare procedure, protocolli, tecnologie, piattaforme, e tuttavia lasciare le persone sole davanti alla paura, alla diagnosi, alla cronicità, alla non autosufficienza, alla morte. La grande questione del nostro tempo non è soltanto come curare di più, ma come curare meglio: cioè come ricomporre attorno alla persona fragile un’alleanza capace di tenere insieme sanità, welfare, famiglia, territorio, volontariato, comunità cristiana, istituzioni civili.
Qui si colloca il tema affidatomi: l’interazione tra comunità ecclesiale e comunità civile. Vorrei precisare subito un punto. Interazione non significa confusione dei ruoli. La comunità ecclesiale non deve sostituirsi allo Stato, né la pastorale può diventare surrogato povero di ciò che le istituzioni pubbliche non riescono a garantire. Sarebbe una deriva pericolosa: trasformerebbe la carità in supplenza strutturale e finirebbe, paradossalmente, per indebolire i diritti. Allo stesso modo, la comunità civile non può chiedere alla Chiesa soltanto di colmare i vuoti, di coprire le emergenze, di addolcire con la prossimità le fratture prodotte da sistemi diseguali.
L’interazione autentica nasce da una distinzione feconda. La comunità civile ha il compito di garantire diritti, organizzare servizi, programmare risorse, assicurare equità, rendere esigibili i livelli essenziali di assistenza e di cura. La comunità ecclesiale ha il compito di custodire la dignità della persona, generare fraternità, educare alla compassione, abitare le periferie dell’umano, dare voce a chi non riesce più a farsi ascoltare. Quando queste due responsabilità si incontrano senza invadersi, nasce una forma alta di corresponsabilità pubblica.
La comunità ecclesiale, infatti, possiede un patrimonio che non è anzitutto organizzativo, ma antropologico. Essa può ricordare alla società che il malato non coincide con la sua malattia, che il disabile non coincide con la sua diagnosi, che l’anziano non coincide con il suo bisogno assistenziale, che il povero non coincide con la sua mancanza di reddito. Ogni persona è sempre più grande della propria ferita. In questo senso la pastorale della salute non è un settore laterale della vita ecclesiale: è uno dei luoghi nei quali la Chiesa verifica se stessa, la verità del suo annuncio, la qualità della sua prossimità.
Ma questa verifica non riguarda soltanto alcuni operatori pastorali, alcuni cappellani, alcuni volontari generosi. Riguarda l’intera comunità cristiana. La dimensione comunitaria della pastorale della salute nasce proprio da qui: dalla consapevolezza che il malato non può essere affidato soltanto alla competenza di pochi, né la sofferenza può essere confinata in spazi separati dalla vita ordinaria della Chiesa. Quando una persona si ammala, quando una famiglia entra nella prova, quando un anziano perde autonomia, quando una disabilità chiede accompagnamento, è tutta la comunità che viene interpellata.
La malattia, infatti, non produce soltanto un bisogno sanitario; produce una domanda di appartenenza. Chi soffre chiede certamente cure appropriate, diagnosi tempestive, terapie efficaci, servizi accessibili. Ma chiede anche di non essere escluso simbolicamente dalla trama ordinaria della vita comune, di non essere percepito come peso, di non diventare invisibile. La sofferenza isola non solo perché limita i movimenti del corpo, ma perché spesso restringe le relazioni, impoverisce il linguaggio, allontana dagli spazi comuni. Per questo la pastorale della salute è autenticamente comunitaria quando non si limita a visitare il malato, ma lavora perché il malato continui ad appartenere.
Qui si gioca una questione decisiva. Una comunità ecclesiale non può dirsi pienamente tale se organizza bene la liturgia, la catechesi, la carità ordinaria, ma lascia ai margini coloro che vivono la fragilità più radicale. La comunità cristiana nasce attorno al Corpo di Cristo, e proprio per questo non può dimenticare i corpi feriti della storia. Il corpo malato, il corpo anziano, il corpo disabile, il corpo psichicamente provato, il corpo che non produce più secondo i criteri dell’efficienza sociale non sono periferie della Chiesa: sono luoghi nei quali la Chiesa riconosce il suo Signore.
La dimensione comunitaria chiede allora un cambiamento di sguardo. Non basta predisporre “servizi per i malati”; occorre diventare comunità capaci di includere la malattia dentro la propria vita. Significa pensare celebrazioni accessibili, linguaggi non escludenti, percorsi di catechesi e di spiritualità capaci di raggiungere anche chi non può uscire di casa, reti di visita non improvvisate, forme di accompagnamento alle famiglie, attenzione ai caregiver, ascolto dei lutti, prossimità alle persone con disagio psichico. Significa, soprattutto, passare da una pastorale dell’emergenza a una pastorale della continuità.
Una comunità cristiana matura non incontra il malato solo nel momento acuto della crisi, ma lo accompagna nel tempo lungo della fragilità. Perché molte malattie non sono eventi brevi: diventano condizioni, attraversano anni, cambiano gli equilibri familiari, modificano il rapporto con il lavoro, con il denaro, con la fede, con il futuro. È lì che la comunità deve saper restare. Non con invadenza, non con parole facili, non con spiritualismi consolatori, ma con una fedeltà discreta. A volte la forma più alta della pastorale della salute è semplicemente questa: non sparire quando la sofferenza smette di essere novità e diventa durata.
In questa prospettiva, la comunità ecclesiale può diventare una vera infrastruttura spirituale e relazionale della cura. Non sostituisce l’ospedale, non sostituisce il medico, non sostituisce l’assistente sociale, non sostituisce l’istituzione pubblica. Ma tiene aperto il campo umano nel quale la cura non si riduce a fredda procedura. Essa custodisce ciò che nessun sistema sanitario, da solo, può garantire pienamente: il sentirsi ricordati, attesi, riconosciuti, chiamati per nome. È questa memoria comunitaria che impedisce alla persona fragile di precipitare nell’anonimato.
Per questo la pastorale della salute non dovrebbe essere pensata come una pastorale di settore, ma come una postura complessiva della Chiesa. Ogni parrocchia, ogni diocesi, ogni comunità religiosa, ogni associazione ecclesiale dovrebbe domandarsi non soltanto “che cosa facciamo per i malati?”, ma “che tipo di comunità diventiamo quando accogliamo la fragilità?”. La risposta a questa domanda decide molto della nostra credibilità evangelica. Perché una Chiesa che sa stare accanto alla vita ferita parla di Dio anche quando tace; annuncia il Vangelo anche attraverso una visita, una telefonata, un accompagnamento, una sedia preparata, una porta aperta, un nome ricordato.
Una comunità ecclesiale che voglia interagire seriamente con la comunità civile deve però evitare due tentazioni. La prima è la tentazione devozionale, che riduce la pastorale della salute a una presenza consolatoria, preziosa ma isolata, senza incidenza sui processi reali della cura. La seconda è la tentazione funzionale, che la riduce a servizio accessorio dentro l’organizzazione sanitaria. In entrambi i casi si perde la profondità della missione. La Chiesa non entra nel mondo della salute solo per “fare qualcosa”, ma per testimoniare un modo diverso di guardare l’umano: non come caso, non come costo, non come utente, non come pratica, ma come volto.
Da questo sguardo possono nascere processi concreti. Il primo processo è l’ascolto strutturato del territorio. Ogni diocesi, ogni parrocchia, ogni aggregazione ecclesiale dovrebbe chiedersi: dove sono oggi i paralitici che nessuno porta? Dove si concentrano le solitudini? Quali famiglie sono schiacciate da cronicità lunghe e silenziose? Quali anziani non arrivano ai servizi? Quali adolescenti si chiudono nel disagio mentale o nei disturbi alimentari? Quali caregiver vivono un logoramento invisibile? La pastorale non può accontentarsi di attendere la domanda; deve imparare a leggerla prima che esploda.
Questo chiede strumenti semplici ma seri: mappe comunitarie della fragilità, raccordi con i medici di medicina generale, dialogo con i servizi sociali comunali, collaborazione con le aziende sanitarie, ascolto delle associazioni dei pazienti, contatto con le famiglie. Non per costruire schedature fredde, ma per trasformare la conoscenza del territorio in responsabilità condivisa. La prima carità, oggi, è anche soprattutto conoscere bene. Senza conoscenza, la prossimità rischia di essere episodica; illuminata dalla con la conoscenza, invece, può diventare processo, che può strutturare una vera e propria rete di prossimità.
Il secondo processo riguarda i patti territoriali di cura. Le Case della Comunità, le Centrali Operative Territoriali, gli Ospedali di Comunità, previsti dalla riorganizzazione dell’assistenza territoriale, non possono essere pensati soltanto come infrastrutture edilizie o sanitarie. Se restano luoghi tecnicamente attrezzati ma socialmente isolati, tradiranno il loro nome. Una Casa della Comunità è davvero tale solo se dentro e attorno ad essa si attiva una comunità reale: professionisti sanitari, servizi sociali, enti locali, terzo settore, volontariato, parrocchie, associazioni, famiglie.
Qui la Chiesa può offrire molto, non come proprietaria dello spazio pubblico, ma come generatrice di legami. Può aiutare a intercettare chi non entra nei circuiti formali. Può accompagnare i passaggi difficili tra ospedale e domicilio. Può sostenere le famiglie che non hanno linguaggio tecnico per orientarsi nei servizi. Può promuovere volontari formati, non improvvisati. Può favorire una cultura della continuità: perché la cura non si conclude con la dimissione, non si esaurisce nella ricetta, non coincide con l’esame diagnostico. La cura continua quando qualcuno accompagna, telefona, visita, orienta, resta.
Il terzo processo è la formazione comune. Non basta mettere attorno allo stesso tavolo soggetti diversi; occorre costruire un linguaggio condiviso. Operatori sanitari, assistenti sociali, cappellani, ministri straordinari della Comunione, volontari, educatori, amministratori locali devono imparare a riconoscersi dentro una grammatica comune della cura. Ci sono parole che vanno purificate: “presa in carico”, ad esempio, non può significare possesso della persona; deve significare alleanza attorno alla sua libertà. “Fragilità” non deve diventare etichetta; deve indicare una condizione che interpella. “Territorio” non può essere una parola burocratica; deve tornare a indicare volti, case, distanze, strade, paesi, periferie, aree interne.
La formazione comune dovrebbe riguardare almeno quattro nuclei: la dignità della persona fragile; l’ascolto delle famiglie e dei caregiver; l’integrazione sociosanitaria; la dimensione spirituale della sofferenza. Quest’ultima non va confusa con un’aggiunta confessionale. Ogni uomo, credente o non credente, quando soffre, pone domande radicali: perché proprio a me? Che senso ha il dolore? Sono ancora utile? Sono ancora amato? Che cosa resta di me quando il corpo non risponde più? Una comunità civile matura non censura queste domande. Una comunità ecclesiale non le usa per fare proselitismo. Le accompagna con pudore, competenza, rispetto.
Il quarto processo è il sostegno alla domiciliarità. La casa è spesso il primo luogo della cura, ma può diventare anche il primo luogo della solitudine. Molte famiglie reggono per anni pesi enormi: anziani non autosufficienti, malattie neurodegenerative, disabilità complesse, disturbi psichici, percorsi oncologici, dimissioni protette difficili. La retorica della famiglia come risorsa non deve farci dimenticare che la famiglia, se lasciata sola, si consuma. La comunità ecclesiale può diventare sentinella e compagna di queste case. Può organizzare reti di sollievo, visite, accompagnamenti, ascolto, piccoli servizi, ma anche chiedere con forza che le politiche pubbliche sostengano davvero chi cura.
Il quinto processo riguarda la salute mentale e lo stigma. Dopo la pandemia, e non solo per effetto della pandemia, il disagio psichico è diventato uno dei luoghi più delicati della vulnerabilità contemporanea. Lo vediamo negli adolescenti, nelle famiglie, negli adulti soli, negli anziani. Lo vediamo nei territori dove i servizi faticano a rispondere alla domanda crescente. La comunità cristiana deve imparare un linguaggio nuovo: meno giudicante, meno moralistico, meno impaurito. Non tutto il dolore dell’anima è mancanza di fede. Non tutta la fatica psichica si supera con un invito alla “buona” volontà. Occorre costruire alleanze con i servizi, promuovere spazi di ascolto, sostenere le famiglie, contrastare la vergogna che ancora circonda la sofferenza mentale.
Il sesto processo è la capacità di advocacy. La Chiesa non può limitarsi ad accarezzare le ferite; deve anche domandarsi perché quelle ferite si producono e si riproducono. La carità senza giustizia rischia di diventare anestesia delle coscienze. La giustizia senza carità rischia di diventare procedura fredda senz’anima. La comunità ecclesiale, proprio perché vicina ai poveri, agli anziani, ai malati, ai disabili, può aiutare la comunità civile a vedere ciò che le statistiche talvolta non raccontano abbastanza: i tempi d’attesa che scoraggiano, le distanze che escludono, il peso economico delle cure, la solitudine dei piccoli comuni, l’affanno delle famiglie senza reti.
Questa advocacy non deve assumere il tono della contrapposizione sterile. Deve essere franca, competente, documentata, costruttiva. Una Chiesa adulta non urla contro le istituzioni; le interpella. Non si sostituisce alla politica; la richiama alla sua vocazione più alta. Non trasforma la pastorale della salute in rivendicazione di parte; la radica nel bene comune. In questo senso la comunità ecclesiale può essere coscienza critica e insieme partner affidabile della comunità civile.
Ma tutto questo chiede una cultura. I processi, se non sono sostenuti da una cultura, restano solo procedure. Di Quale cultura può farsi portavoce una comunità ecclesiale nel campo della salute? Direi anzitutto una cultura della dignità. In un tempo in cui la vita rischia di essere misurata in termini di efficienza, produttività, autonomia, performance, la Chiesa deve dire con mitezza e fermezza che la dignità non diminuisce quando diminuiscono le forze. La persona fragile non vale meno perché dipende da altri. Anzi, proprio la dipendenza rivela una verità che riguarda tutti: nessuno si salva da solo, nessuno si cura da solo, nessuno vive senza essere portato, almeno in qualche tratto della vita.
Poi una cultura della prossimità. Prossimità non significa generico buon sentimento. Significa riorganizzare lo spazio sociale in modo che nessuno sia troppo lontano per essere raggiunto. Significa ridurre le distanze tra ospedale e territorio, tra medico e famiglia, tra istituzione e cittadino, tra parrocchia e casa, tra diagnosi e accompagnamento. La prossimità non è solo una virtù privata; è un criterio di organizzazione pubblica.
Ancora, una cultura della sussidiarietà. Sussidiarietà non vuol dire arretramento del pubblico, né privatizzazione mascherata della cura. Vuol dire riconoscere che il bene comune nasce da una pluralità ordinata di soggetti: istituzioni, corpi intermedi, famiglie, associazioni, comunità religiose, professionisti, cittadini. Lo Stato non perde forza quando coinvolge la società; la acquista, se mantiene salda la regia della giustizia e dell’universalità. La Chiesa non perde identità quando collabora; la manifesta, se collabora senza cercare potere e senza rinunciare alla profezia.
Infine, una cultura della speranza concreta. Non la speranza facile delle frasi consolatorie, ma quella che apre varchi dove tutto sembra bloccato. I quattro uomini del Vangelo non fanno un discorso sul paralitico: lo portano. Non discutono soltanto della folla: trovano un accesso. Non si rassegnano davanti al tetto: lo aprono. La speranza cristiana è questa intelligenza pratica dell’amore. È la capacità di trasformare la compassione in organizzazione, la commozione in alleanza, la fede in gesto pubblico.
Vorrei allora concludere con un’immagine. Oggi i tetti da scoperchiare sono molti. C’è il tetto della frammentazione, che separa sanitario e sociale, ospedale e territorio, cura e accompagnamento. C’è il tetto della burocrazia, che spesso rende difficile persino chiedere aiuto. C’è il tetto della solitudine, sotto il quale tanti malati restano invisibili. C’è il tetto dello stigma, che pesa sulle persone con disagio psichico, sulle dipendenze, sulle disabilità, sulle famiglie ferite. C’è il tetto delle disuguaglianze territoriali, che rende diverso il diritto alla cura a seconda del luogo in cui si nasce o si vive.
Scoperchiare questi tetti non significa distruggere le istituzioni, ma liberarle dalla loro autoreferenzialità. Non significa sostituire la tecnica con il sentimento, ma restituire alla tecnica un’anima umana. Non significa confondere pastorale e politica sanitaria, ma riconoscere che entrambe, se restano fedeli alla persona, sono chiamate a servire la vita concreta degli uomini e delle donne.
La comunità ecclesiale e la comunità civile possono incontrarsi qui: non nel terreno ambiguo della supplenza, ma nello spazio alto della corresponsabilità. La prima portando la memoria evangelica della dignità, della fraternità, della compassione; la seconda garantendo diritti, servizi, programmazione, equità. Insieme possono generare un ecosistema della cura nel quale il malato non sia solo paziente, ma persona; la famiglia non sia solo risorsa, ma soggetto accompagnato; il territorio non sia solo bacino d’utenza, ma comunità vivente; la Chiesa non sia solo presenza consolatoria, ma lievito di prossimità; le istituzioni non siano solo apparati, ma custodi del bene comune.
Allora il gesto del Vangelo diventa programma: non lasciare nessuno fuori dalla casa della cura. Non lasciare che la folla impedisca l’accesso. Non accettare che l’organizzazione diventi ostacolo. Non rassegnarsi ai tetti chiusi. Una comunità è veramente umana quando sa portare chi non riesce più a camminare da solo. Una comunità è veramente cristiana quando in quel portare riconosce il Signore che passa. E una società è veramente civile quando trasforma quel gesto in diritto, in servizio, in alleanza, in futuro condiviso.
Inizio modulo
✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente Conferenza Episcopale Italiana
Fine modulo
