Scuola 2030: educare la persona, custodire il Paese

Istruzione di qualità, equità, inclusione e nonviolenza come patto sociale per il futuro

Il tema che ci è stato affidato è ampio, ma soprattutto decisivo. Parlare di istruzione di qualità per una scuola equa, sostenibile, inclusiva, sicura e non violenta significa interrogarsi non solo sull’organizzazione del sistema scolastico, ma sul tipo di società che vogliamo costruire. La scuola, infatti, non è un comparto tra gli altri. È il luogo nel quale una comunità decide se consegnare ai propri figli soltanto strumenti di adattamento oppure ragioni per vivere, pensare, scegliere, partecipare.

Parlare di Scuola 2030 significa collocare l’istruzione dentro un orizzonte storico segnato da transizioni profonde: la transizione digitale, quella ecologica, quella demografica, quella culturale, quella del lavoro. Viviamo in una società attraversata da mutamenti rapidi, da discontinuità, da opportunità straordinarie e da nuove fratture. La scuola, in questo scenario, non può essere pensata come un semplice apparato di trasmissione delle conoscenze. Deve tornare a essere — e forse diventare ancora di più — un’infrastruttura civile, democratica e spirituale del Paese.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, nel suo Obiettivo 4, chiede di garantire un’istruzione di qualità, equa e inclusiva e opportunità di apprendimento permanente per tutti. Il medesimo obiettivo richiama anche l’educazione allo sviluppo sostenibile, ai diritti umani, alla cittadinanza globale, alla cultura della pace e della nonviolenza. Non siamo, dunque, davanti a un tema settoriale: siamo davanti a una questione di civiltà.

Una società che trascura l’educazione non impoverisce soltanto il proprio sistema formativo. Indebolisce la democrazia, rende più fragile il patto tra le generazioni, aumenta la distanza tra chi possiede già risorse culturali, economiche e relazionali e chi, invece, nasce in contesti segnati da povertà educativa, isolamento familiare, marginalità territoriale. La scuola è il primo grande argine contro la fatalità sociale. È il luogo in cui si può dire a un bambino, a una ragazza, a un adolescente: tu non sei inchiodato al punto da cui parti; la tua storia non è già scritta; la tua vita non è un destino chiuso.

Qui si comprende il valore profondo dell’equità. L’equità non coincide con una generica uguaglianza formale. Dare a tutti la stessa cosa, quando le condizioni di partenza sono profondamente diverse, può diventare persino ingiusto. Equità significa riconoscere le differenze senza trasformarle in condanne. Significa offrire più sostegno a chi ha meno possibilità, più accompagnamento a chi rischia di perdersi, più fiducia a chi non l’ha mai ricevuta abbastanza. È il senso più alto dell’articolo 3 della Costituzione, quando affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Questo principio, per noi cristiani, ha anche una radice teologica. Ogni persona è immagine di Dio. Nessuno è materiale umano di scarto. Nessuno può essere ridotto alla sua prestazione, al suo voto, alla sua fragilità, al suo comportamento problematico. Il Concilio Vaticano II, nella Gravissimum educationis, ricorda che la vera educazione riguarda la formazione integrale della persona. Non basta istruire: occorre educare. Non basta trasmettere contenuti: occorre generare libertà responsabile. Non basta preparare lavoratori efficienti: occorre formare cittadini consapevoli, donne e uomini capaci di discernimento.

Una scuola di qualità, allora, tiene insieme competenza e umanità, conoscenza e coscienza, sapere e responsabilità. Non si limita a produrre risultati misurabili, ma sa accendere domande, costruire linguaggi, aprire possibilità. Non chiede soltanto agli studenti quanto valgono, ma si assume la responsabilità di aiutarli a scoprire chi possono diventare.

In questa prospettiva, la riflessione sociologica ci offre strumenti importanti. Pierre Bourdieu ci ha mostrato come le disuguaglianze culturali tendano a riprodursi se le istituzioni non intervengono con intelligenza e giustizia. Chi nasce in una famiglia dotata di capitale culturale, relazionale ed economico parte spesso con un vantaggio invisibile, ma potentissimo. Chi cresce in ambienti poveri di stimoli, di libri, di reti, di fiducia, può arrivare in classe portando già sulle spalle un ritardo che non ha scelto. Ecco perché la scuola non può essere un tribunale che registra distanze: deve essere un laboratorio che le riduce.

Anche il tema del merito va collocato dentro questa cornice. Il merito è parola nobile se non viene separata dalla giustizia. Diventa invece ambiguo quando dimentica le condizioni di partenza. Premiare l’impegno è doveroso; ignorare gli ostacoli è crudele. Una scuola giusta non abbassa l’asticella, ma offre a ciascuno gli strumenti per provare a raggiungerla. Non confonde l’inclusione con il ribasso delle attese, né l’esigenza educativa con la selezione precoce. Sa chiedere molto, ma sa anche accompagnare molto. Perché l’autorevolezza educativa non nasce dalla durezza, ma dalla capacità di non abbandonare.

Don Lorenzo Milani lo aveva intuito con radicalità evangelica e civile: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Questa frase, ancora oggi, ci impedisce di pensare la scuola come un affare privato. Il fallimento formativo di un ragazzo non riguarda soltanto la sua famiglia. Interpella la comunità intera. Ogni dispersione scolastica è una ferita sociale; ogni talento sprecato è una responsabilità collettiva; ogni adolescente che smette di credere in sé stesso è una sconfitta che non possiamo archiviare con freddezza amministrativa.

Naturalmente, una scuola capace di includere ha bisogno di lavoratori riconosciuti. Non possiamo domandare all’istituzione scolastica di essere presidio di umanità mentre coloro che la abitano professionalmente sono lasciati nella stanchezza, nella precarietà, nella delegittimazione, nel sovraccarico burocratico. Docenti, dirigenti, personale ATA, educatori, personale amministrativo non sono ingranaggi di una macchina. Sono presenze decisive nella costruzione quotidiana del patto educativo.

Vi è una sofferenza silenziosa nel mondo scolastico che va ascoltata con rispetto. È la fatica di chi deve insegnare in classi complesse, gestire fragilità crescenti, rispondere a famiglie spesso disorientate, affrontare adempimenti continui, custodire relazioni difficili, mediare conflitti, intercettare segnali di disagio. Tutto questo non può essere trattato come se fosse un semplice prolungamento naturale della vocazione educativa. La vocazione va sostenuta. La passione va custodita. La professionalità va riconosciuta anche sul piano contrattuale, organizzativo e simbolico.

Il lavoro nella scuola è lavoro ad alta densità umana. Non produce soltanto servizi. Genera legami, orientamenti, fiducia, futuro. Per questo una politica seria dovrebbe considerarlo uno degli investimenti più strategici del Paese. Se si impoverisce la figura sociale dell’insegnante, se si mortifica il personale scolastico, se si lascia sola la dirigenza, se si continua a chiedere alla scuola di supplire a tutte le fratture della società senza darle strumenti adeguati, allora si compie un errore culturale prima ancora che amministrativo.

C’è poi il tema della sostenibilità. Spesso lo leghiamo giustamente all’ambiente, alla transizione ecologica, agli edifici sicuri ed efficienti, alla cura degli spazi. Ma nella scuola la sostenibilità ha anche un significato più ampio. Un sistema educativo è sostenibile quando non consuma le energie morali di chi vi lavora e di chi vi studia; quando i tempi dell’apprendimento non sono schiacciati dall’ansia della performance; quando la tecnologia è strumento e non idolo; quando la valutazione orienta e non umilia; quando l’organizzazione non diventa una gabbia, ma una condizione di possibilità.

Papa Francesco, nella Laudato si’, ci ha consegnato la categoria dell’ecologia integrale. Tutto è connesso. Anche nella scuola tutto è connesso: la qualità degli edifici, la stabilità del personale, il benessere psicologico, la relazione con le famiglie, il contrasto alla povertà educativa, la formazione continua, l’orientamento, il rapporto con il territorio, la capacità di prevenire la violenza. Non si può intervenire su un solo aspetto immaginando che il resto rimanga neutro. La scuola è un organismo vivente, non un insieme di procedure separate.

Per questo, quando parliamo di scuola sicura, dobbiamo avere uno sguardo largo. Sicurezza significa certamente edifici adeguati, ambienti salubri, prevenzione dei rischi, rispetto delle norme. Sarebbe irresponsabile spiritualizzare ciò che richiede manutenzione, investimenti e responsabilità pubblica. Ma la sicurezza non è soltanto fisica. È anche psicologica, relazionale, educativa. Un ambiente scolastico è sicuro quando uno studente non ha paura di entrare in classe, quando un docente non si sente esposto a continue aggressioni verbali o simboliche, quando una famiglia trova interlocutori affidabili, quando i conflitti non vengono negati ma governati.

La violenza, infatti, non assume sempre forme clamorose. Vi è quella del bullismo, certo. Vi sono le aggressioni, le minacce, le umiliazioni pubbliche, l’uso distorto dei social. Ma esistono anche ferite più sottili: l’indifferenza, l’etichettamento, l’ironia distruttiva, l’abitudine a considerare alcuni ragazzi irrecuperabili. Si esercita violenza ogni volta che una persona viene ridotta al suo errore. Si genera esclusione quando il disagio viene letto soltanto come disturbo dell’ordine e non anche come domanda di ascolto.

Una scuola non violenta non è una scuola senza regole. Al contrario, è una scuola in cui le regole hanno un’anima educativa. La non violenza non coincide con il permissivismo. Richiede autorevolezza, chiarezza, responsabilità, capacità di custodire il limite. Ma il limite, se vuole educare, non deve mai diventare vendetta. Deve aiutare a rientrare nella relazione, a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, a ricostruire un’appartenenza. In questo senso, l’esperienza scolastica può essere uno dei primi luoghi in cui si impara la pace.

E la pace non è un tema lontano dalle aule. Comincia nel modo in cui si parla, si ascolta, si dissente, si gestisce la frustrazione, si riconosce la dignità dell’altro. Papa Francesco, in Fratelli tutti, ci ricorda che la fraternità non è un sentimento vago, ma una forma concreta di vita sociale. Educare alla non violenza significa insegnare che l’altro non è un ostacolo alla mia libertà, ma una presenza con cui misurare la verità della mia libertà. Significa formare persone capaci di conflitto democratico, non di aggressività permanente.

Qui si colloca anche il rapporto tra scuola e famiglie. Negli ultimi anni questa alleanza si è indebolita. Talvolta la famiglia percepisce la scuola come controparte; talvolta la scuola avverte la famiglia come pressione o intrusione; talvolta entrambe sono attraversate dalla stessa stanchezza sociale e finiscono per scaricarsi reciprocamente responsabilità che andrebbero condivise. Ma nessuno educa da solo. Il Patto educativo globale voluto da papa Francesco nasce proprio da questa consapevolezza: educare è un atto corale. Richiede istituzioni, famiglie, comunità ecclesiale, associazioni, mondo del lavoro, territori.

Quando questa corresponsabilità si spezza, i ragazzi restano soli in mezzo a sistemi adulti frammentati. E spesso la loro rabbia, la loro apatia, la loro ansia, la loro dipendenza dal giudizio dei pari o dagli schermi non sono altro che sintomi di un vuoto di presenza. I giovani non hanno bisogno di adulti perfetti. Hanno bisogno di adulti credibili: adulti che non fuggano, che non recitino una parte, che sappiano dire dei sì e dei no, che sappiano testimoniare una speranza non ingenua.

Anche il rapporto tra scuola e lavoro va ripensato con equilibrio. È giusto che l’istruzione prepari all’inserimento professionale, soprattutto in un tempo di trasformazioni tecnologiche rapidissime. Sarebbe miope ignorare le competenze digitali, scientifiche, linguistiche, tecniche. Ma sarebbe altrettanto pericoloso ridurre la formazione a semplice addestramento funzionale al mercato. La persona viene prima della sua occupabilità. Il lavoro è dimensione fondamentale della dignità umana, ma non esaurisce la vocazione dell’uomo.

Amartya Sen e Martha Nussbaum hanno insistito sul tema delle capacità: una società giusta non si limita a distribuire beni, ma crea condizioni perché le persone possano sviluppare concretamente le proprie possibilità. La scuola è il luogo in cui queste capacità vengono riconosciute, coltivate, liberate. Paulo Freire parlava dell’educazione come pratica della libertà: non una libertà astratta, individualistica, solitaria, ma una libertà che nasce dalla parola, dalla coscienza critica, dalla possibilità di leggere il mondo e non solo di subirlo.

Per questo le discipline umanistiche, artistiche, storiche, filosofiche, religiose e sociali non sono un ornamento del curricolo. Sono parte essenziale della formazione democratica. Una scuola che insegna soltanto a funzionare rischia di produrre individui efficienti ma interiormente poveri. Un’educazione autenticamente umana deve insegnare anche a domandare, dubitare, interpretare, contemplare, scegliere. Deve formare non solo competenze, ma coscienze.

Questo vale in modo particolare nel Mezzogiorno e in Puglia. Qui la scuola assume una funzione ancora più delicata, perché spesso è chiamata a contrastare disuguaglianze antiche e nuove: divari territoriali, fragilità familiari, povertà educativa, dispersione, emigrazione giovanile, rarefazione delle opportunità. Non possiamo accettare che un ragazzo del Sud debba pensare al futuro come a un altrove obbligato. Non possiamo rassegnarci all’idea che i territori più fragili siano soltanto luoghi da cui partire. L’istituzione scolastica deve diventare presidio di permanenza, di riscatto, di radicamento intelligente.

Naturalmente non si può chiedere alla scuola di risolvere da sola problemi che sono economici, sociali, urbanistici, culturali. Sarebbe ingiusto e persino ipocrita. Tuttavia essa può diventare il luogo in cui le politiche pubbliche si incontrano: istruzione, welfare, salute, cultura, sport, trasporti, edilizia, digitale. Una scuola aperta al territorio non è una scuola lasciata senza confini; è una scuola che diventa nodo di una comunità educante. Non supplisce tutto, ma connette. Non si sostituisce alla famiglia, ma la sostiene. Non invade il territorio, ma lo rende più consapevole.

Come Chiesa, noi sentiamo profondamente questa responsabilità. La comunità cristiana non può guardare alla scuola come a un tema esterno. Là dove si educa, là dove si custodisce un bambino, là dove si accompagna un adolescente, là dove si rialza chi è caduto, là accade qualcosa che riguarda direttamente il Vangelo. Gesù pone un bambino al centro e dice che chi accoglie uno solo di questi piccoli accoglie Lui. È una parola che dovrebbe inquietare ogni comunità adulta. Perché il modo in cui trattiamo i più piccoli rivela la verità della nostra fede e della nostra civiltà.

La scuola è dunque un luogo teologico, anche quando non usa linguaggi religiosi. Lo è perché ha a che fare con la promessa inscritta in ogni vita. Lo è perché ogni ragazzo porta in sé un mistero più grande dei suoi risultati. Lo è perché educare significa credere che nessuno sia definitivamente perduto. Lo è perché, in ogni gesto educativo autentico, c’è una forma di resurrezione quotidiana: una fiducia che ricomincia, una parola che riapre, uno sguardo che restituisce dignità.

Vorrei allora concludere con tre convinzioni.

La prima: non esiste scuola di qualità senza giustizia sociale. Qualità non è privilegio per pochi, ma diritto per tutti. Una scuola eccellente solo per chi parte avvantaggiato non è davvero eccellente. È incompiuta.

La seconda: non esiste inclusione senza riconoscimento del lavoro educativo. Le persone che abitano professionalmente la scuola devono essere sostenute, formate, ascoltate, rispettate. Una comunità educante non nasce dal sacrificio permanente di alcuni, ma da responsabilità condivise.

La terza: non esiste futuro senza un nuovo patto tra generazioni. I giovani non chiedono soltanto opportunità. Chiedono adulti capaci di testimoniare che la vita ha senso, che la conoscenza libera, che la politica può ancora servire, che la comunità non è una parola vuota.

Se la scuola torna a essere il cuore pensante del Paese, allora anche il lavoro, le famiglie, le istituzioni e i territori possono ritrovare un orizzonte comune. Non si tratta di difendere nostalgicamente un’idea del passato. Si tratta di generare le condizioni perché il futuro non sia lasciato alla selezione dei più forti.

La scuola è il luogo in cui una società decide se vuole produrre scarto o custodire promesse; se vuole adattare i giovani al mondo così com’è oppure renderli capaci di trasformarlo; se vuole amministrare paure oppure educare speranze.

A noi adulti, a noi istituzioni, a noi Chiesa, a noi comunità civile, spetta il compito più esigente: non tradire l’attesa dei ragazzi, dei lavoratori, delle famiglie e del Paese.

Perché ogni volta che una scuola funziona, una democrazia respira.

Ogni volta che un ragazzo viene rialzato, una comunità si salva.

Ogni volta che un educatore non si arrende, il futuro ricomincia.

Grazie.

     Francesco Savino

  Vescovo di Cassano all’Jonio

  Vicepresidente Conferenza Episcopale Italiana

 

condividi su