Dopo il discorso missionario rivolto da Gesù ai discepoli, leggiamo nel Vangelo di Matteo una sezione narrativa che registra l’esistenza intorno a Gesù di un clima di tensione e di contraddizione.
Il contesto è pesante, Gesù vive un’ora di prova nel suo ministero, un’ora in cui prevalgono sentimenti di scoraggiamento e di fallimento.
In questa ora così difficile Gesù rivolge un inno di lode gioiosa e convinta a Dio: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”.
“Non un lamento si alza da Gesù verso Dio, ma una confessione che è lode e benedizione. Gesù si rivolge a Dio con una confidenza unica: lo chiama “Padre”, in aramaico “Abba”, perché in questo nome sono racchiusi per Gesù la tenerezza, l’amore e la misericordia. Dio è Creatore e Signore del cielo e della terra, è l’Altissimo, ma il credente lo riconosce in una relazione di intimità paterna, carica di sentimenti d’amore. Per questo Dio lo si adora come Signore, lo si invoca e si parla a lui come a un Padre” (cfr. Enzo Bianchi).
Questa preghiera di Gesù al Padre non va intesa nel senso che Dio precluda la rivelazione ai saggi e agli intellettuali di questo mondo, ma che essi, pur destinatari della rivelazione di Dio, non accolgono la Sua Parola e induriscono orecchi e cuore.
“Si, Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”: il Padre ha voluto che il velo che nasconde molte cose riguardanti il Salvatore e la salvezza fosse alzato, cioè rivelato, per i piccoli. Gesù aveva già definito queste persone, i piccoli, beate.
Domandiamoci, però, cosa sono “queste cose” che Dio ha nascosto ai saggi e rivelate ai piccoli?
“Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”: “Ed eccoci davanti alla grande rivelazione, che qualcuno ha definito “un bolide giovanneo” caduto in Matteo. A Gesù è stato dato tutto perché è il Figlio del Padre, colui che il Padre solo conosce, fino a poter dire di lui: “Tu sei il mio Figlio, l’amato” (cfr. Mt 3,17; 17,5); ma anche Gesù solo conosce pienamente il Padre, Dio, perché da lui è venuto nel mondo, e solo Gesù può far conoscere Dio al suo discepolo, perché nessuno va al Padre se non attraverso di lui (cfr. Gv 14,6). Ecco la rivelazione dell’identità di Gesù, del suo rapporto con Dio, della conoscenza di Dio da parte del discepolo. Siamo al vertice della rivelazione divina di Gesù secondo il primo vangelo. Questo il mistero consegnato al discepolo, mistero da adorare, da accogliere in silenzio, da viversi quotidianamente nella fedele sequela di Gesù che ci porta al Padre…” (cfr. Enzo Bianchi).
Gesù, proprio in questa sua ora problematica e complessa, difficile, si rivolge ai suoi ascoltatori con un invito: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.
Gesù chiama a sé tutti quelli che cercano Dio, che desiderano vedere il Suo volto, che sono però gravati da tanti pesi, pensiamo ai tanti precetti umani, alle rigidità morali, agli insegnamenti che non sono traducibili in vita. Gesù li invita perché il suo “giogo” è dolce, leggero e semplice e richiede solo di essere accolto con gioia. Gesù è l’uomo delle beatitudini, è la sua sintesi!
Che bello constatare che c’è un giogo costruito dagli esseri umani insopportabile e intransigente e c’è il giogo di Gesù che è accoglienza dell’amore e della misericordia di Dio. Un giogo, sia chiaro, che non è senza fatica, ma altro è faticare in quanto siamo obbligati da precetti, altro è faticare per amore e soltanto per amore.
La verità è che solo, o soprattutto, i “piccoli” comprendono questa rivelazione.
“L’amore, in effetti, rende assolutamente facili e riduce quasi a nulla le cose più spaventose ed orrende. Quanto dunque la carità rende più sicuro e più facile il cammino verso l’acquisto della vera felicità, mentre la cupidigia, per quanto lo può, rende facile il cammino alla miseria! Quanto facilmente si sopporta qualsiasi avversità temporale per evitare l’eterno castigo e acquistare l’eterno riposo! Non a torto l’Apostolo, strumento scelto da Dio, con gran gioia disse: Le sofferenze del tempo presente non hanno assolutamente un valore proporzionato alla gloria che si manifesterà in noi . Ecco perché ciò rende soave il giogo e leggero il peso. E anche se esso è difficile da portare per i pochi che lo scelgono, è facile per tutti quelli che amano… Ma le cose che sono aspre per coloro che provano affanno, si addolciscono per quelli che amano. Per un disegno della divina bontà è quindi avvenuto che l’uomo interiore, che si rinnova di giorno in giorno , non vivesse più sotto la Legge, ma ormai sotto la grazia, liberato dal peso d’innumerevoli osservanze, ch’erano davvero un giogo gravoso, ma giustamente imposto a quelle dure cervici, e in virtù della gioia interiore e grazie alla facilità proveniente da una sincera fede, da una ferma speranza e da una santa carità, divenisse leggera ogni difficoltà apportata dal principe [di questo mondo] ch’è stato buttato fuori …” (Sant’Agostino, Discorso 70).
Buona Domenica.
✠ Francesco Savino
