Sir 27,30-28,9; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

XXIV Domenica del tempo ordinario anno A

In questa Domenica terminiamo la lettura del IV dei cinque grandi discorsi di Gesù nel Vangelo secondo Matteo, detto anche discorso ecclesiale o comunitario, perché in esso sono contenuti gli insegnamenti attinenti la vita dei discepoli viventi in comunità, nelle chiese.

Gesù, dopo aver enunciato le esigenze della correzione fraterna e del perdono reciproco, Pietro solleva una questione a cui Gesù risponde in modo perentorio. Questo testo è un insegnamento veramente significativo e decisivo nella vita ecclesiale.

Pietro si avvicina a Gesù e gli dice: “«Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. La domanda di Pietro è comprensibile! Certamente Pietro non dimentica che nella Torah sta scritto che Lamech, il sanguinario figlio di Caino, canta la ripetizione della vendetta fino a sette e poi fino a settanta volte sette.

Pietro, possiamo dire, che è già misericordioso, ma Gesù gli risponde con autorità e autorevolezza che occorre perdonare all’infinito, senza se e senza ma, senza fare calcoli.

È evidente che l’ascoltatore e oggi noi lettori di questo Vangelo non possiamo non rimanere stupefatti.

È possibile per l’essere umano perdonare sempre? Gesù spiega la sua affermazione perentoria sul “perdonare sempre” con una parabola che racconta di un re e due servi debitori, un racconto che si sviluppa in tre atti, cui segue un commento conclusivo.

Lasciamoci prendere per mano dal racconto della parabola per capirne il senso più profondo.

Un re vuole regolare i conti con i suoi servi e gli viene presentato uno il quale è debitore verso di lui di una cifra enorme: diecimila talenti, cioè centro milioni di denari. E tenendo conto che un denaro corrisponde alla paga media giornaliera di un operaio, è realisticamente impossibile per un servo restituire il debito. La prospettiva del servo è la vendita dei suoi familiari come schiavi e la prigione per se. Ma quest’uomo si inginocchia davanti al re e lo supplica dicendo di avere pazienza perché restituirà ogni cosa.

L’evangelista Matteo annota che il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Ci troviamo di fronte ad un re che, pur esigendo l’osservanza della legge, di fronte alla sofferenza di un suo servo che non può ottemperare alla giustizia, antepone la misericordia alla legge.

Il re ha un cuore capace di lasciarsi ferire dalla sofferenza del suo servo.

Ma ecco una scena simmetrica alla prima. Questo servo, quest’uomo perdonato incontra, subito dopo che gli è stato condonato tutto, un suo compagno, un suo con-servo che è debitore nei suoi confronti di una cifra modesta, centro denari. Appena lo vede lo prende per il collo, lo soffoca dicendogli che deve restituirgli quello che gli deve. Il suo compagno prostrato a terra lo pregava dicendo di avere pazienza perché gli avrebbe restituito il debito ma egli non accettò e lo fece gettare in prigione fino al momento della restituzione del debito.

Le due scene del racconto della parabola sono molto chiare: nella prima il re perdona il servo, nella seconda il perdonato non perdona il fratello.

La differenza di comportamento tra i due creditori viene evidenziata nella terza scena, quando il re viene a sapere dagli altri servi ciò che ha fatto il servo da lui perdonato.

Il padrone fa chiamare il servo perdonato e gli dice: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”.

Nella parabola è chiaro che non è in questione quante volte si deve perdonare, ma viene puntualizzato il fatto di riconoscere di essere stati perdonati e dunque di dover perdonare.

Annota Enzo Bianchi: “Se uno non sa perdonare all’altro senza calcoli, senza guardare al numero di volte in cui ha concesso il perdono, e non sa farlo con tutto il cuore, allora non riconosce ciò che gli è stato fatto, il perdono di cui è stato destinatario. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non va mai meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono e, in una logica diffusiva, estendere agli altri il dono ricevuto. Comprendiamo così l’applicazione conclusiva fatta da Gesù. Le parole che egli pronuncia sono parallele, identiche nel contenuto, a quelle con cui chiosa la quinta domanda del Padre nostro – “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12); l’unica, non lo si dimentichi, da lui commentata”.

È chiaro allora che non riceveremo il perdono da parte di Dio se noi non perdoniamo gli altri, cioè se non siamo ministri di questa misericordia ricevuta da Dio.

La chiesa è una comunità di amati e perdonati da Dio che perdonano!

Lasciamoci responsabilmente interrogare da questa stupenda pagina del Vangelo e impariamo a discernere il vero volto di Dio, di cui Gesù è il massimo esegeta.

Augurando a tutti una buona Domenica, impariamo a convertirci alla misericordia di Dio per essere noi misericordiosi.

 

 

   Francesco Savino

condividi su