Is 45,1.4-6; Sal 95; 1 Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21  

XXIX Domenica del tempo ordinario – A

XNel Vangelo di Matteo alla raccolta delle parabole polemiche che abbiamo meditato nelle ultime tre Domeniche, segue una sezione di quattro episodi, molto simili tra loro, in cui Gesù è chiamato a prendere posizione su alcune questioni controverse.

Il primo problema, bruciante per gli ebrei che non sopportavano affatto la dominazione romana, è quello della liceità delle tasse imposto al popolo ebraico dall’invasore romano.

Il testo del Vangelo di oggi ci dice: “I farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»”.

Giancarlo Bruni così afferma: “Tributo da pagare o no? Questo il problema, un interrogativo con più risposte: sì per gli erodiani, nel brano evangelico i sostenitori di Erode Antipa tetrarca di Galilea, sì per gli stessi farisei in ragione del fatto che ogni autorità viene da Dio e no per gli zeloti per il semplice motivo che quella moneta era da considerarsi idolatrica nel suo divinizzare l’imperatore. Una visione legata al divieto di farsi immagini del divino (Es 20,4). E sono proprio erodiani e farisei a voler conoscere a questo proposito il pensiero di Gesù: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (Mt 22,17). Un Gesù di cui si vuole catturare la benevolenza fornendo di lui un ritratto straordinario: sincero e rigoroso nell’insegnare la via di Dio senza soggezione di alcuno (Mt 22,16), un uomo di rara autenticità e libertà, un uomo che non si nega alla risposta”.

Nella prima parte della risposta Gesù, che non guarda in faccia a nessuno, taccia di ipocrisia quanti gli hanno posto la domanda non mossi dal desiderio di conoscere la verità ma piuttosto di metterlo alla prova.

Gesù è consapevole che qualunque sarà la sua risposta, di fatto finirà per attirarsi l’inimicizia di qualcuno: “se «no» quella della autorità romana e dei collaborazionisti quali gli erodiani che lo potranno accusare di sobillazione; se «sì» quella degli zeloti e di gran parte del popolo avverso alla occupazione romana che lo potranno accusare di collaborazionismo. Non è un caso che a metterlo alla prova siano due gruppi che, sia pure per ragioni diverse, pagavano tranquillamente il tributo; l’importante era togliere consensi a un Gesù la cui risposta: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21) va oltre la diatriba del momento aprendo spiragli di novità validi per ogni generazione” (Giancarlo Bruni).

Gesù molto sapientemente e al tempo stesso pedagogicamente opera una “distinzione” tra la sfera della politica e la sfera della fede, una risposta che stabilisce una “gerarchia” tra Cesare e Dio, nel senso che è Dio determinante il modo di abitare la terra.

La risposta di Gesù, tra l’altro, provoca di fatto gli interlocutori a “discernere” che cosa dare a Cesare e che cosa dare a Dio: al primo senz’altro il tributo, che gli appartiene, al secondo sé stessi, la propria vita. Con questa risposta Gesù non nega ciò che è dovuto all’ambito politico ma l’ambito politico viene liberato da ogni tentazione di divinizzazione, di sacralizzazione, di assolutizzazione, cioè viene ricondotto all’ambito delle realtà penultime.

Gesù opportunamente non entra nella casistica delle risposte ma dà un’indicazione che consentirà ai suoi discepoli, nel corso della storia, di vivere un rapporto nei confronti dell’autorità politica.

La barbarie o la conflittualità permanente tra Cesare e Dio accade, è giusto puntualizzarlo, quando qualcuno o qualcosa si ritiene Dio rispetto alla coscienza altrui riducendo la persona a strumento o mezzo della propria visione assolutizzata della vita.

Ancora Giancarlo Bruni, con molta sapienza, dichiara a tal proposito: “È il caso del fascismo, del nazismo, del comunismo reale, della globalizzazione del mercato, della cultura del liderismo e della lettura fondamentalista e muscolare del fatto religioso. Lì la presenza del discepolo deve tradursi in resistenza, e le Chiese per essere credibili devono riacquisire la loro libertà: né Chiese braccio religioso degli Stati né Stati braccio secolare delle Chiese. Oltre ogni confusione non richiesta e ogni privilegio”.

Buona Domenica.

 

 

✠   Francesco Savino

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