La parabola degli operai mandati a lavorare nella vigna in ore diverse del giorno ha sempre generato grosse difficoltà agli ascoltatori e ai lettori del Vangelo. Siamo interrogati dalla scandalosa misericordia di Dio che non è meritocratica, è l’azione di Dio che raggiunge gli esseri umani a prescindere dai loro meriti.
La misericordia di Dio non può essere guadagnata o acquistata, ma è puro dono di Dio, gratuito, è “Grazia”. L’annuncio di questa buona notizia è raccontata da una parabola in tre scene con un commento finale.
Il protagonista della prima scena è “un uomo, un padrone di casa, poi definito “padrone della vigna”, che è impegnato dalla mattina alla sera, a cercare lavoratori per la sua vigna. Era così a quei tempi!
Si reca in piazza fin dall’alba e chiama dei lavoratori, stipulando con loro un contratto: li pagherà per la giornata intera un denaro secondo le tariffe del mercato di quell’epoca. Esce di nuovo verso le nove e assolda altri operai promettendo loro che darà una paga secondo giustizia. Fa lo stesso verso mezzogiorno, verso le tre e addirittura verso le cinque.
È bello constatare che il padrone non esclude nessuno, offre lavoro a tutte le ore e al tempo stesso è bello ancor di più constatare la sollecitudine di questo padrone che non manda il suo amministratore a chiamare gli operai ma è lui stesso che vuole vedere in faccia chi lavora nella sua vigna, stipulando con loro il contratto.
Giunta la sera il padrone della vigna dice al suo amministratore di chiamare i lavoratori per pagarli. L’ordine degli operai chiamati è capovolto, dagli ultimi ai primi, perché in questo modo tutti gli operai possono rendersi conto della paga che il padrone darà a ciascuno. Ogni operaio riceve un denaro. I primi operai chiamati pensavano che loro avrebbero ricevuto qualcosa in più del denaro pattuito ma le cose vanno diversamente perché anche loro ricevono un solo denaro. Incominciano a recriminare dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Secondo la loro idea della questione si indignano perché è in gioco la giustizia. Il padrone interviene rispondendo a uno degli operai che recriminavano e, chiamandolo “amico”, gli dice: “Io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Giustamente dichiara Enzo Bianchi: “Il padrone della vigna mette a nudo un rischio presente nell’atteggiamento di chi fa paragoni con gli altri: “Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?”. Con questa semplice domanda tratteggia il meccanismo dell’invidia, termine che deriva da in-videre, cioè “non voler vedere” la felicità, il bene, la gioia dell’altro, come se questa attentasse alla nostra. Gelosia e invidia possono nascere nel nostro cuore – perché “è dal cuore umano che nasce … l’occhio cattivo” (Mc 7,21-22) – ma vanno combattute, per giungere progressivamente, nell’esercizio dell’ascolto dell’altro, della com-passione e dell’empatia con lui, a gioire quando l’altro beneficia della bontà nostra, che è sempre anche bontà di Dio.
Quanto questa parabola sia scandalosa lo possiamo misurare anche leggendo una parabola rabbinica, ispirata con buona probabilità alla nostra: Un re, che aveva ingaggiato molti operai, venne a controllare il lavoro che svolgevano. Notò che uno di loro era più abile e svelto di tutti gli altri; gli chiese allora di accompagnarlo in una passeggiata che durò tutto il resto della giornata. Alla sera gli diede un compenso uguale a quello degli altri che erano rimasti a lavorare. Questi allora protestarono: “Noi abbiamo lavorato duro tutto il giorno e costui, che ha lavorato soltanto due ore, ha ricevuto il nostro stesso salario. Non è giusto!”. Rispose allora il re: “Costui ha fatto più lavoro in due ore che voi in un giorno intero” (Talmud di Gerusalemme, Berakhot 2,3)”.
È chiaro il contrasto con la parabola evangelica: la parabola rabbinica esprime la logica meritocratica, la parabola del Vangelo parla di gratuità, di una misericordia che non va meritata, ma accolta con gioia come dono e come amore riversato su tutti noi, tutti fratelli e sorelle, tutti figli e figlie amati da Dio. Di fronte a questo amore di Dio non ci sono privilegi da accampare. Una domanda comunque si impone: come pensiamo il nostro rapporto con Dio? Come relazione nella Grazia o come prestazione meritoria?
Il commento finale che chiude la parabola, penso che sia veramente la bella notizia per tutti coloro che vivono il rapporto con Dio attraverso Gesù: “Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi”.
Lasciamoci sedurre dalla misericordia infinita di Dio, che ci è donata senza se e senza ma, gratuitamente, e condividiamola tra di noi, con le persone che incontriamo sui sentieri più o meno interrotti della nostra vita. Lasciamoci sempre guidare nel nostro cammino di vita da ciò che Gesù una volta per sempre ci ha detto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt. 10, 8).
Buona Domenica.
✠ Francesco Savino
